giovedì 15 gennaio 2009

L'impero di Camilla

Il lampione sudava gelo dal profumo metallico. –Chi osa sempre solo è e l’oscurità trova davanti a sè- recitavano alcuni graffi appena accennati sul tubo dal ripieno luminoso. –Sarà...- pensò Camilla tra se inforcando gli occhiali cadenti, il freddo le punzecchiava il naso. Ogni mattina il lungo viale appariva color petrolio mentre due lampioni situati ai lati opposti della strada inzaccheravano l’ambiente come due piccoli atolli innevati. Quel maledetto autobus era sempre in ritardo, e lei continuava a ricontrollare l’orario appeso ogni santo giorno, si premurava ossessivamente di verificare che non ci fossero apostille, apostrofini dalla legenda intricata del tipo valido solo sabato festivo ma non tra il 12/6 e il 15/8 eccetto direzione Prandetti dal 17/3 al 12/4.

Finalmente da lontano due piccoli anelli luminosi rinfrancavano Camilla che ancora una volta ce la faceva ad arrivare per le 5.50 puntuale puntuale all’apertura dei forni. A dirla tutta la sua ansia aveva un’origine molto più ingarbugliata. Da oramai un anno si era accorta che dall’altro lato della strada, sotto il lampione antistante, si fermava sempre un uomo, un tale mal acconciato che vestiva una giacchetta bisunta e che fumava emettendo grandi bolle dai boati silenziosi. Camilla ne era profondamente affascinata, trovava le sue spalle deperite e brinose così attraenti che squadrandolo spesso si mordeva inavvertitamente le soffici labbra screpolate. Ciò che la attraeva di più erano le sue mani gonfie di lavoro, imbottite di una forza sproporzionata per reggere quel’esile filo di tabacco. Camilla se la prendeva soprattutto con il trasporto urbano che costringeva l’uomo ad aspettare sul ciglio opposto -Che rabbia! Se aspettasse qui si potrebbe… chissà! O forse no, magari…giusto per fare amicizia! -

In ogni modo, Camilla aspettava ogni mattina nel suo candido cono e ripeteva il suo piccolo rituale leggendo il lampione e controllando gli orari. Quel giorno il tipo fumante sedeva sul ciglio opposto ammirando col naso all’insù la sua piccola luce artificiale. -In effetti però…- si ripeté Camilla sbirciando le grosse mani–Chi osa sempre solo è e l’oscurità trova davanti a sè- . In attesa di assimilare quel concetto probabilmente gelatosi tra occhi e cervello Camilla continuava a tamburellare il piede sul marciapiede, poi ad un tratto, una scintilla di determinazione infuocò il braciere del suo coraggio. Si decise, e mosse alcuni esili passi verso il confine luminoso ma, appena entrata in contatto col buio, ritornò d’istinto ad abbracciare il suo lampione sudato. Senza aver il tempo di prender fiato, l’ autobus passò cancellandola da quel quadro scolorito.

–Che figura, chissà se mi ha notato. Che razza di stupida, ma cosa volevi ottenere Camilla? Eh? Presentarsi alle 5 di mattina. Ciao sono Camilla che bella giacca che hai? Con uno sconosciuto poi!- pensava la donna tra sé seduta sul sedile tiepido dell’autobus. Durante le mattine seguenti non alzò lo sguardo, neanche per un attimo, era sicura che lui anche a distanza fosse in grado di leggere il suo instabile elettrocardiogramma emotivo. Acquisita un po’ di razionalità, col passare dei giorni si fece forza e riprese i suoi piccoli rituali continuando però a mordersi insistentemente le labbra ad ogni sfuggevole sguardo. –L’oscurità c’è ma forse non è per te- -Sì certo…- pensò Camilla leggendo un altra frase graffiata a pochi centimetri da quella precedente –Ma dove le trovano queste poi-

Forse per una strana combinazione di eventi, forse per gioco, Camilla questa volta decise di prendere il suo lampione sul serio e si sforzò di incastrare quelle parole nella sua vita, in qualche modo, tentando di dargli una forma diciamo, concreta. Ma ogni tentativo fu vano fino a che tutto accade così, in un attimo. Un giorno scese dall’autobus nel primo pomeriggio, in quel momento delle giornata le due piccole isole di luce scomparivano inghiottite dalla marea diurna. Camilla si fermò davanti al lampione grugnendo –Cosa mi vuoi dire?! Che cosa devo fare?!-. La donna vomitò imprecazioni roteando fino ad esplodere in una serie di calci contro il povero palo che cominciò a vibrare, poi prese una pietra e la scagliò con tutta forza, in alto dall’altra parte della strada. Infine, scarica, si diresse ricurva verso casa.

La mattina seguente, Camilla ancora assonnata prese posto come sempre nel suo cono. Sfregandosi un po’ gli occhi illuminati dai riflessi delle lenti, notò qualcosa di diverso. Tutto l’ambiente intorno era nero inchiostro, il lampione dell’amato emetteva qualche scintilla, ma era spento, per la precisione sparso in tanti piccoli cocci taglienti che giacevano sull’asfalto gelato. “Preferisco un po’ di luce” proruppe una voce profonda dall’oscurità. La faccia dell’uomo andò delineandosi a mano a mano che entrava nel fascio luminoso. “Ha visto il lampione? Non mi piace stare solo lì nel buio”. Camilla dapprima non disse nulla, poi noncurante domandò “Non pensavo che qualcuno incominciasse i turni così presto, che autobus prende?” “La 54” “Aspetti ma, deve essersi sbagliato la 54 passa più in giù 200 metri a destra, non se n’è mai accorto?” “Beh…sì” rispose lui. Camilla non nascose un tenue sorriso mentre lui, guardando imbarazzato l’oscurità, continuò ad abbracciarsi per conservare il poco calore in corpo.

martedì 16 dicembre 2008

inchiostro giallo blu

M. aveva tentato più volte di scrivere qualcosa di significativo. Avvolto nella sua coperta, covava in quel tepore cumuli di fantasie che riversava a valanga nel suo computer dai tasti consunti. La luce dello schermo accentuava i rilievi del volto e ne amplificava la fattura creando ombre deformi sul muro color panna. A guardare quel riflesso sembrava, forse non a torto, di scorgere un mostriciattolo avido di completare il suo sogno di conquista. -Fatto! Adesso, vediamo un po'. Invia, concorsi... Quota di partecipazione pagata, conferma. Speriamo bene-.

M. aveva appena finito il suo ultimo racconto e, tutto ringalluzzito, scoppiettava dall'emozione. In cuor suo era certo di aver raggiunto quella sintesi di stile e significato che da tanto ricercava. Spense il computer e guardò la luce dei lampioni fuori dalla finestra. Si impigiamò in quattro e quattr'otto e rintanatosi nel suo lettuccio calduccio si ritrovò subito a sognarsi vincitore di strampalati premi per scrittori. Passavano i giorni, le settimane, M. controllava la posta elettronica assiduamente, ansimava, il cuore batteva forte forte ad ogni nuovo messaggio ricevuto. Poi una mattina, la tragedia. “Siamo spiacenti, ma il suo racconto non ha vinto né il primo, né il secondo, né il terzo premio, né il premio giovane promessa, né il premio speranza per chi non ce l'ha”. M. prese la nuova notizia molto male.

N. era un suo grande amico, aveva imparato a farsi cuscino di fronte agli sbalzi d'umore dell'amico. Qualcosa lo preoccupava: M. era solito esternare il proprio disappunto senza contegno. Pianti, panico, desiderio di paternità... Ma questa volta vi era qualcosa di diverso nel suo comportamento. N. aveva invitato M. a cena per aiutarlo a dimenticare il fattaccio.-Sai che hanno scoperto una cura per il virus GIGI? E' un evento straordinario di cui beneficerà il mondo intero!- esclamò N. facendo tremare piatti e posate-. M., succhiando la sua zuppa di cavoli e patate, bofonchiava incurante qualcosa come: - Sbuf! Sbuf! Che me ne... Sbuf! ...porta-. N. tentava invano di rassicurarlo e di ricucire il povero ego dell'amico, ridotto in pochi stracci sfilacciati. La mattina seguente N. si recò a casa di M. per sincerarsi delle condizioni dello scrittore incompreso. Lo trovò in giardino, con un pala, che scavava una grande buca-M. cosa diavolo stai facendo? Sei fuori di senno?-M. continuava il suo scavo. Senza alzare lo sguardo monologava tra sé: -Me la pagheranno, me la pagheranno, tutti quanti...-

Poco a poco le visite di N. si fecero sempre più rare. M. trascorreva tutto il suo tempo a scavare, dialogando con sassi e vermi nel mezzo di quella grande buca che a causa della pioggia persistente si trasformava ogni giorno in una culla di rancore e fanghiglia. Era talmente profonda ed estesa che ricopriva tutto il giardino. I lavori continuarono fino a che un giorno M. alzò lo sguardo e vide il sole dai contorni argillosi che giudicava con la sua luce il suo profondo lavoro. Si asciugò la fronte, uscì dalle viscere del terreno e salì in auto sgommando.

N. seguiva gli spostamenti dell'amico. Vivendo lì vicino aveva notato che l'affranto scrittore partiva la mattina presto e tornava a notte inoltrata continuando a trafficare attorno a quell'incessante cantiere. Un giorno, non vedendo più grande attività, N. si decise a recarsi di prima mattina a casa di M. Saltò il muro di cinta e lo vide, addormentato su un gran cumulo di ciò che a prima vista sembrava plastica colorata. N. si avvicinò con passo felpato per non far scricchiolare l'erba incastonata in gocce di rugiada. Notò da subito che non si trattava di plastica, bensì di una montagna di penne che ricopriva la buca, un cumulo che rifletteva un frullato di colori dalle sfumature plastiche che si animava con la rotazione della luce solare.

N. si chinò e vide penne di ogni tipo: a forma di fiore blu e giallo, cubiche, ad inchiostro multiplo, longilinee con una seghettatura nel mezzo, a scatto, morbide con cappuccio colorato, a forma di squalo con indosso maschera e tubo... Mentre N. procedeva nel suo lavoro di catalogazione pennifera, M. vegliatosi in piedi sulla montagna già tagliava con la sua ombra la visuale dell'amico. Poi con tono scortese disse: -Che ci fai qui?- N. lasciò cadere quei capolavori tascabili e rispose: -Che ci faccio qui? Che ci faccio qui?!?! Che cosa stai facendo tu piuttosto... qualcosa si è incastrato in quel giocattolo che hai sopra le spalle! Che cosa vuoi farne di tutte queste penne?-

Riporto un po' di equilibrio - rispose subito M., saltando giù dalla cima con un balzo.
N. lo guardava aspettando maggiori spiegazioni. -Gli scrittori si sentono defraudati, inutili. Non ricevono abbastanza attenzioni. Perché? Non sono capaci, non sono dotati? No... Hanno sfiga, ineluttabile sfiga!!- M. aggirava il suo discorso come un branco di lupi che attira la preda in una trappola a lungo meditata. N. ascoltava, mentre la luce riflessa sulla montagnola lanciava raggi gialloblu alla sua guancia, riscaldandola. -Ora basta, ORA BASTA! Ho raccolto quante più penne possibili, così nessuno potrà più scrivere, almeno per un po'. Non è giusto cullarsi in un universo di false speranze, nessuno vuole sapere quello che hai dentro e tanto meno leggerlo. Tentare... Quanto tempo buttato al vento! Stop all'espressione! Farà bene a tutti quanti sentirne la mancanza... Li salverò io, quelli simili a me-.

N. abbassò lo sguardo e si morse una mano quasi per spezzare il suo grido di disapprovazione. -Capisco...che egoista che sei! Meriteresti di scioglierti nella tua stessa montagna di plastica e vendetta. Sei stato proprio bravo! Ci vuole un vero artista per camuffare il proprio risentimento con un mantello di mal interpretata giustizia. Invece di accusare tutti, chiediti perché è così importante essere letti, essere scoperti. Scusa, ma non credo che tu ne sia capace, in fondo, fino ad ora sei stato troppo intento a scavare...la buca sbagliata. Me ne vado!-

Le sue parole rimasero incastrate nelle cannette colorate delle penne frantumandosi in mille suoni diversi, ma mantenendo lo stesso tono e significato che ormai solo M., impietrito, poteva udire. N. se se andò accennando una corsa.


Molto tempo dopo, N. tornava a casa dal lavoro. L'oscurità già ricopriva il giovane quartiere residenziale in espansione. Vedeva il suo respiro farsi vapore nell'atmosfera invernale. Prima di varcare la soglia di casa passava spesso vicino a quella di M.. La buca era vuota, il giardino incolto e l'intera struttura abbandonata ormai da diversi anni. Dopo quella mattina, non aveva avuto più notizie né di M., né delle sue penne. Tutto ciò che rimaneva di quell'amicizia era dell'erba alta e qualche tonnellata di terra risecchita. Arrivato sulla soglia di casa controllò la casella metallica della posta, e vi trovò una lettera dalla busta rigonfia, senza mittente. L'aprì e al suo interno vi era una biro dalla forma semplice e liscia al tatto. La lettera non portava né firma, né spiegazioni. Quella sera infagottato nel letto, N. spense la luce, scansando con gli occhi le ombre colorate dalle luci dei lampioni nel vicolo sottostante, posò lo sguardo sulla penna che giaceva sul comodino. Prima di addormentarsi si immaginò M. in qualche paese povero e soleggiato a distribuire pennini ai bisognosi, poi lo dipinse chiuso in una casa solitaria a consumare tutte le stilografiche scrivendo e riscrivendo la sua redenzione...In fondo non importava molto dove M. fosse., N. infatti, già dormiva stringendo quel dono sottile tra le mani.




sabato 18 ottobre 2008

tra semafori rossi nel traffico del tardo pomeriggio

Si intravedevano pochi raggi di sole tra i rami degli alberi spezzati. La panchina sulla quale sedeva si inclinava piano a ogni sussulto quasi lamentandosi a gran voce del peso eccessivo. Ashartin non era mai stato una persona molto profonda; considerando che le persone profonde di solito perdono la maggior parte del loro tempo ad approfondire la profondità di sé stessi, lui non accettava proprio l’idea di dedicare del tempo, del preziosissimo tempo a qualcosa che non garantiva nessuna certezza.

Il panorama che lo circondava era alquanto desolante: macchine bruciate, bidoni rovesciati a terra, sullo sfondo vi erano scintille che sprizzavano da un lampione in frantumi, come fontane di luce riempivano la strada per poi spegnersi in uno scoppiettio che faceva solletico a vedersi. Aspettava su quella panchina quando a un tratto sentì avvicinarsi un rumore profondo, alternato da pause acute. Il rumore cresceva, poi calava e poi cresceva di nuovo in un circolo sonoro.-E’ un diesel!- penso Ashartin tra sé. Da lontano si vedeva una sagoma blu, un grosso parallelepipedo semovente dai contorni poco dolci..... insomma, un autobus che si fermò proprio di fronte al giovane disorientato. In alto, lo schermo della destinazione riportava semplicemente -Voglio te!-.

La porta si aprì, Ashartin sussultò, scrutò l’interno del mezzo e il suo sguardo cadde subito su una strana figura incastrata nell’angolo di guida. -Ma tu sei un pollo!- esclamò. -E allora?- rispose il conducente con altrettanto stupore alzando il tono della voce. -Parla lui senza piume, sali o no? Sono due uova per il centro, tre per la collina- Il pollo con cappello e giacchetta portava una cartellino, o meglio, un cartellone -CHIEDI A ME!-. Ashartin confuso cominciò a frugare subito nella saccoccia che portava a tracolla: dentro vi erano esattamente tre uova. Le consegnò, le porte si chiusero e disinserita l’inutile freccia lampeggiante l’autobus ripartì rombando.

Ashartin non ci capiva niente: dov’era? Come era arrivato lì? E soprattutto, chi aveva messo le uova nella sua borsa? Si trovava su un autobus di una qualche città a lui sconosciuta, con un pollo come conducente. -Senta ma...scusi...sa come si chiama questo posto?-chiese all’autista senza ricevere risposta. Poi pensò tra sé: -Mi sembra di esserci già stato, eppure...non mi ricordo niente...-. Ad un tratto il pollo proruppe -Sai, dovresti sorridere un po’ di più tu! Sei lì, con quel muso, tutto serioso... vuoi che ti racconti una barzelletta?-. Ashartin fece un cenno col capo.

-Allora, ci sono due polli, uno è tirchio e ricco, l’altro povero, ma appena ha un centesimo lo sperpera subito. Stanno discutendo e si insultano con frasi del tipo: -Tu hai le alette corte!-, -Tu invece hai le coscette bucate!-... quando a un tratto arriva Dio e dice al pollo sperperone: -Tu hai speso e io ti salvo!- E l’altro dice: -Ma come? E io che sono stato attento, ho risparmiato, ho lavorato e non mi sono fatto corrompere dal denaro? Non mi salvi?-. -Appunto- dice Dio -Visto che tu hai soldi e lui no, uccido te e con i tuoi quattrini mi compro le verdure per farti al forno!-. -Guahahahahaha!- proruppe il pollo. La sua risata aveva il suono dell’acqua che straripa riducendo una diga in frantumi, era piuttosto coinvolgente.

Ashartin accennò un sorriso, poi la sottile ironia della barzelletta si fece strada tra le pieghe del suo umorismo fino a ché non sfociò in una bella risata. -E’ proprio un peccato vederla così!- esclamò l’autista pennuto -Sai una volta era proprio bella, tutto, le macchine, le strade, i semafori funzionavano. La mattina mi svegliavo, salito in groppa a questo bestione, giravo la chiave e facevo il mio solito giro. Su e giù per la collina, sempre puntuale!-

Ashartin ascoltava il pollo e intanto curiosava fuori dal finestrino, rannicchiato su quel sedile sfasciato e puzzolente. Il sole era ancora oscurato da nuvole intermittenti, il paesaggio sempre lo stesso. Si intravedevano finestre dalle imposte penzolanti, vestiti lasciati a marcire appesi a corde che univano file parallele di condomini anneriti dal tempo. No, non era la decadenza che lo spaventava, era l’assenza di vita -Perché le cose erano andate così male?- pensava Ashartin tra sé tormentandosi. Questo gli dava una strana sensazione di rimorso concentrata nello stomaco, provava nausea. Il paesaggio, la città muoveva sensazioni lontane, sepolte tra le viscere del suo vissuto. Gli ricordava come crescendo si era dimenticato di qualcosa. Pieno di impegni, di momenti vissuti troppo in fretta! Aveva lasciato morire piano piano quell’ Ashartin così capace di dipingere creativamente l’incertezza delle situazioni.

-Senti tu- esclamò il pollo cambiando marcia -Non ci siamo presentati...- -Ashartin de Yerzevan- rispose quell’altro sorpreso aspettandosi di dover rispondere- -Ah sei del sud vero?- -A dire la verità no- rispose il ragazzo -Ci credi alle seconde opportunità?- disse il pollo, cambiando completamente discorso. -In che senso?- rispose Ashartin pensieroso -Parlo della possibilità di rimettere tutto in discussione- controbattè l’autitsta -Sì, perchè no...cioè non lo so..non ci ho mai pensato- -Prendi me- continuò il pollo -ho sempre pensato che avrei vissuto in città, guidando questo autobus fermata dopo fermata. Invece...tutto è finito così presto, troppo presto- Nella testa di Ashartin frullavano innumerevoli domande ma le parole rimanevano incastrate fra i denti e inghiottite a fatica giù nello stomaco come grosse pillole amare. Era incerto e si sentiva in colpa per ciò che era successo al pollo, alla sua città...intanto il vivace pennuto continuava a blaterare -Stavo leggendo su www.alzalacresta.po che ci sono delle offerte da paura nella zona di Haskin giù a sud...immaginati..Ah che libertà! Che freschezza! è come ripulire un muro decorato con carta da parati ammuffita e puzzolente. No ragazzo, non guarderò più la strada da questo finestrino appannato di finte speranze!-. Il ragazzo si fece forza e domandò con voce incerta – Perche’ non te ne vai subito? Non vedi? Non c’è niente e nessuno in questo maledetto posto per chilometri...- Il pollo abbassò lo sguardo e rispose -Ci sei tu. Comunque hai ragione, questo è il mio ultimo viaggio- Arshatin non rispose ma provò rimorso per ciò che aveva appena detto senza saperne il motivo.

L’autobus intanto procedeva lento, così inclinato faticava a raggiungere la meta. Il pollo scalò più volte le marce fino a che gridò forte “Guhuhuhuhuguaha, siamo arrivati, bello mio!”. La freccia lampeggiava, l’enorme macchina era ferma, le porte aperte; il motore, esausto, prendeva fiato bucando con fragorosi scoppi il silenzio tra i due. Ashartin si alzò e con la testa bassa raggiunse la soglia, mentre fuori cominciava a soffiare una leggera brezza, alzò lo sguardo e vide un`insieme di case distrutte, muri cadenti e macchine carbonizzate distendersi fino all’incerta linea dell’orizzonte. -Allora, scendi o ti fermi alla prossima?- domando` il pollo, Ashartin sussultò. Era indeciso, stava lì, fermo, strizzava i suoi pensieri quasi fossero panni intrisi di vita, mentre le gocce che si creavano cadendo al suolo secernevano uno strano odore di speranza. Sorpassata la soglia della porta non c’era niente che lo attraeva di quel mondo andato in frantumi; si rese conto che il suo mondo, il suo vero mondo era un autobus con un pollo come conducente.

Con voce tremante e occhi umidi esclamò -Scendo alla prossima!-. Il pollo chiuse la porta e cominciò subito a gridare guardandolo dritto in volto: -Uno, due, liberaa!!- esplodendo infine in una nuvola di piume. Ashartin sentì subito una forte scossa al petto, aprì gli occhi ancora pieni di lacrime immobili e vide un cerchio sopra di lui composto da diverse facce di uomini pensierosi. Dal fondo una voce sommessa diceva: -Battito regolare-. Disteso e immobile sentiva il sangue penetrare tra gli anfratti più sensibili del suo corpo e scorgeva a malapena attorno le case, le auto, le persone... Tutto era ritornato normale. Poco lontano, la sua macchina accartocciata abbracciava un semaforo ormai fuori uso.

Ruotò le palle degli occhi, inghiottì un po’ di sangue e finalmente capì. La città distrutta era ,in fondo, la sua grande potenza creativa mai sfruttata nel corso di una vita persa ad agguantare piccole sicurezze quotidiane. Il pollo, l’ultimo pezzettino della sua grande risorsa creativa era riuscito a sopravvivere e a salvarlo. Che potenza che aveva dentro! E che disastro che aveva combinato massacrando il suo grande mondo! Pur trafitto da dolori lancinanti che lo scuotevano a intermittenza, riuscì, nel profondo, a ridere di gusto per la nuova opportunità concessagli e ad assaporare quel momento in tutta la sua amarezza. L’ambulanza intanto già sfrecciava a gran velocità tra semafori rossi nel traffico del tardo pomeriggio.

domenica 1 giugno 2008

momenti di gloria

Mette a posto le sue carte, fa ordine sulla scrivania. Spegne il computer “Maledetti aggiornamenti, proprio adesso...”. Aspetta diversi minuti, con impazienza fa tutte quelle cose che non si fanno mai tranne quando si aspetta che qualcos'altro non dipendente da te venga fatto. Sistemati anche gli aggiornamenti si pulisce la fronte con la mano, e via di corsa, rimbocca la giacca e le marce della macchina. Prima, seconda, terza e poi di nuovo seconda perché bisogna risparmiare benzina. Niente traffico, nessun ostacolo sulla via di casa. Parcheggia la macchina, “Sono a casa, mi lavo e scappo” esclama con impazienza “Com'è andata al lavoro? Ma dove vai?” domanda la moglie. Non risponde accenna qualcosa. Si lava con cura intanto l'emozione sale dalle punte dei piedi fino alla radice di capelli ormai così radi. “Cinquant'anni e mai una volta che si riesca...” pensa con un pizzico di malinconia “Ma stasera forse...” Si mette la tutta, bacia la moglie con impazienza, apre il cofano dell'auto e con sospetto nasconde qualcosa di lungo e smontabile, riparte. Parcheggia al bar prescelto, incontra i suoi amici. “Ci siamo, avete portato tutto?”. Non c'è da preoccuparsi sapeva di potersi fidare, intanto pensa “Abbiamo fatto il possibile, non ci resta che aspettare..”. Entrano nel bar in fila indiana.

Si toglie la divisa, si guarda allo specchio, la pancia cresce, mentre il portafoglio cala. In fondo anche le diete senza successo costano. “Questa caserma cade proprio a pezzi, non ne posso più” pensa. Nasconde alcuni vestiti in un sacchetto di plastica. Chiude l'armadietto, va di fretta, saluta tutti con un cenno. Chiude il portone e lascia le chiavi del camion cisterna nel solito posto. Esce e aspetta l'amico impaziente “Sempre in ritardo, neanche oggi e sì che ne abbiamo parlato, porca..”. Accende una sigaretta, poi un altra, poi non ne ha più quindi cammina su e giù per far circolare la nicotina più velocemente. E' arrivato, fortunatamente ha portato il necessario in un contenitore rettangolare nero. Risparmia le solite polemiche, saluta apre la macchina e fa accomodare l'amico. Poi si mette i vestiti del sacchetto urtando specchietto, volante e cambiando marcia. “Sono pronto” si mette alla guida e partono. Si fermano, parcheggiano e entrano nel bar scelto ormai da mesi. Si siedono, era da tanto che aspettavano questo momento. Si guardano negli occhi, c'è una forte intesa sono consapevoli che tutto andrà per il verso giusto, si percepisce voglia di rivincita. Sotto voce gli dice “Ci siamo..”. L'amico apre la scatola rettangolare.

Finisce di scrivere, chiude il computer. Il bar è lontano, si mette in macchina, è sempre il ritardo. Come da copione imbottigliato in tangenziale “Proprio oggi..” pensa tra se. Tre chiamate perse sul cellulare e un messaggio “Ti stiamo aspettando, vedi di non arrivare tardi proprio oggi..”. Vista la situazione mette un fazzoletto bianco sul finestrino, suona il clacson, in fondo è un'emergenza! Prende la corsia di emergenza e rischia la patente. Arriva sgommando la bar, in ritardo, dopo aver pagato la multa della polizia autostradale. Comunque vada al piano della serata bisognerà sottrarre centocinquanta euro. Non trova parcheggio, “Il marciapiede serve proprio a questo” pensa. Entra nel bar ansimante, i suoi amici lo aspettano seduti con aria di sfida. Lo aiutano a scaricare un grosso lenzuolo, arrotolato alla buona che da lontano sembra sporco di rosso. Rientrano nel bar. Evita di scusarsi fa il superiore, d'altronde non c'è motivo di sprecare fiato è quasi ora...

Apre il libretto, controlla i suoi voti “studio ancora cinque minuti e poi basta..”. Studia un minuto ed è subito in strada a camminare cercando disperatamente un bar dove rifugiarsi nella speranza di trovare qualcuno con un po' di speranza. Apre la porta del bar e vede un sacco di gente. Tutti sembrano aspettare un accenno per scatenarsi. Si sente un fischio, viene dalla televisione. Alla destra si vede un uomo piuttosto rotondo e comico con maglietta e calzoncini della nazionale vicino a un amico che estrae da un contenitore rettangolare una tromba che subito spara in aria l'inno nazionale. In fondo un gruppo di giovani cinquantenni capeggiati da uno sbandieratore ordinano birre e se la ridono di cuore. Vicino un gruppo di tifosi urlanti sfoggiano uno striscione da stadio con scritte rosso brillante “Bacco, tabacco e nazionale!”. Si siede da solo, ma non importa si sente in compagnia e dimentica gli studi. Sorride, intanto alla televisione una voce ripete “L'Italia calcia il primo pallone degli Europei di calcio 2008..”


francesco

lunedì 12 maggio 2008

il cammino di!

C'era una volta un giovane ragazzo di nome Marco che volle mettersi alla ricerca di un luogo sperduto tra le ruvide rocce carniche. Un luogo dove la vita assume forma di pura luce e dove la speranza trova alloggio tra i muschi dei freschi alberi senza età. Quel luogo già chiamato dagli antichi "Fornelli di Sopra" viene ricordato ora come "Forni di Sopra"...

Invano il ventriteis nonno di Marco
Von Giovannis de Tulmieccis lo aveva cercato rimanendo però disperso tra le nevi e i ghiacci (alcuni credono che sia ancora vivo ma che la natura lo abbia trasformato in un orso giallo)

Camminando sperduto Marco incontrò nei boschi un altro ragazzo molto audace e determinato che condivideva lo stesso sogno di ritrovare quel paradiso perduto, lui si chiamava Gabriele...

Questo giovane moretto seguiva le tracce del suo ventunis nonno
Von Francescov de Risanchis. Anche lui invano aveva tentato di ritrovare "Forni di Sopra" ma non si avevano avute più notizie....

Inutile dire che i due divennero subito amici e compagni di viaggio. Promisero di sacrificare anche la vita (di quell'altro) per scovare il magico sentiero nascosto per "Forni di Sopra".

Dopo diversi giorni di cammino i due avevano già affrontato molte insidie e tempeste...

...ma con l'intuito di uno..


...e la simpatia di quell'altro...

..cominciarono a intravedere qualche segno di speranza!

Fino a che, dietro un albero caduto, apparve davanti a loro la tanto ambita valle di Forni di Sopra...

..to be continued..
francesco

P.S.
Back stage...

domenica 23 marzo 2008

io sono l'Africa

“Dove vai?” “Dove andate voi, o almeno per un po’, eheh facciamo fino alla svincolo” “Dai sali, bambini fate posto, più in là, più in là…dai che lo zaino non ci sta!” “Ma papi Giu mi da i pizzicotti! Io non mi metto vicino a lui…” “Dai forza, come ci si comporta? Veloci…ecco. Siediti pure, devi avere un po’ di pazienza. Ragazzi, lo zaino state attenti, Terri chiudi la porta…e dai chiudila!” La porta si chiuse con un tonfo e la macchina dopo alcuni attimi riprese la sua corsa. “Scusami, sai i bambini vivono un po’ nel loro mondo” “Nessun problema” il giovane si sedette vicino al posto del conducente “Come ti chiami? Io sono Lorenzo” “Piacere, aspetta la cintura, ecco…Daniele”. Lorenzo guidava con leggerezza mantenendo una velocità constante ma piuttosto lenta, non cambiava quasi mai la marcia. Dietro intanto, volavano urla e gemiti…”Insomma Daniele, hai avuto fortuna, guarda sta per piovere, ti saresti bagnato. Sicuro di voler andare solo fino allo svincolo?…bambini basta!” fuori cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia, l’atmosfera era estiva e i finestrini aperti per un terzo facevano circolare quell’aria di estate e vita che rendeva tutto l’interno dell’automobile estremamente piacevole. “In effetti non ho appuntamenti, comunque arriviamo allo svincolo magari…esce il sole, non vorrei perdermi un bel tramonto in macchina!” “Hai ragione, da quanto sei in viaggio?” “Due mesi e una settimana” “Sempre in autostop?” “Sempre” “Allora chissà che esperienze, anch’io da giovane ho fatto qualche viaggio, ma sai erano un po’ altri tempi comunque, spero che un giorno i miei figli siano più fortunati di me. Bambini basta urlare…non riesco a sentire Danile. Perché non dormite un pò?”” Ma papà continua coi pizzicotti, basta tu…”seguì un urlo terribile, acuto, tanto che Lorenzo fermò la macchina e sistemò le cose dividendo i due rispettivamente a destra e a sinistra, al centro posizionò lo zaino del giovane viaggiatore. La macchina ripartì, passarono alcuni minuti. “Quanti anni hanno?” “Giulio sette, Teresa quattro e mezzo ormai, dormono?” Daniele si voltò “Sembra di sì” “E i tuoi non sono preoccupati? Li chiami ogni tanto?” “Ci sentiamo poco, si preoccupano, ma insomma è tipico di tutti i genitori no? Non credo che capirebbero molte cose…certe cose sono difficili da spiegare a parole…per esempio come potrei descrivere questo incontro…”. Ci fu un attimo di silenzio, Lorenzo ripulì il vapore sul parabrezza per vedere meglio poi rispose “Mio papà ha viaggiato molto in Africa per lavoro. Era spesso solo, mia madre non voleva seguirlo, preferiva vederlo ogni tanto e vivere del suo ricordo…e poi io ero piccolo. Mi ricordo che quando lui tornava a casa, non mi raccontava mai dei sui viaggi o di ciò che aveva fatto. La cosa mi era indifferente, non capivo…a posteriori pensai che mi sarebbe piaciuto saperne di più delle sue esperienze, delle persone che aveva conosciuto eccetera.” Fuori intanto non pioveva più, all’orizzonte tra le tante nuvole frastagliate si intravedevano i primi raggi del tramonto, e le sfumature di colori ancora indefiniti “Poi con gli anni, quando si è sistemato definitivamente a casa, ho cominciato a conoscerlo veramente” “Tuttavia ogni volta che si parlava di Africa, non un parola, non un accenno. Quasi non fosse mai esistita” “Mio padre non c’è più ora…ma non ho rimpianti di non averlo conosciuto, nel corso degli anni ho capito” “Per me l’Africa come la intendiamo non esiste e sai perché?” “Perché?” rispose Daniele. “Perché il viaggio, il suo viaggio, il tuo viaggio muove emozioni…forse tra venti anni non ti ricorderai di questa macchina ma ricorderai il tuo desiderio di libertà, lo avrai tra le mani e sarai in grado di condividerlo con i tuoi figli…con tutti. E così accade per ogni persona, aveva ragione mio papà a non trasmettermi parole, voleva solo regalarmi la sua esperienza intatta nel modo più sincero” Daniele appariva pensoso ma in bilico tra sensazioni opposte “Riesci a seguirmi?…capisci? In senso metaforico io sono l’Africa adesso e tu sei questa strada” Si accesero le quattro frecce lampeggianti “Ecco lo svincolo” Lorenzo si sporse dal finestrino, fuori c’era un bellissimo tramonto, si prospettava una notte limpida e fresca. “Beh Lorenzo, è troppo bello per guardarlo dalla macchina” “In effetti” Daniele recuperò il suo zaino senza svegliare i bambini, chiuse piano la porta “Grazie per il passaggio e per tutto il resto…mi farà compagnia mentre cammino, saluta Giulio e Teresa” Va bene, buon viaggio…ecco tieni una banana” Le due frecce si spensero e la macchina ripartì. In direzione opposta il giovane si incamminava ancora una volta tra le pozze d’acqua respirando l’aria fresca dei temporali d’estate.

francesco


martedì 4 marzo 2008

uomini che vanno sulla luna

“Quand’è che finalmente capiremo qualcosa così bene tanto da dimenticarci del perché abbiamo cominciato a cercarla rallegrandoci semplicemente di averla capita?”. “Non credo che succederà mai qualcosa del genere…” “Tutto succede prima o poi, che cosa ne sai tu? Magari…magari....è già successo” “Può essere, comunque il mio discorso era un po’ diverso” “Pensavo…” si fermò 2 minuti guardando il cielo plastificato muoversi seguendo le onde del vento che lo arrotondavano e lisciavano “Pensavi cosa, cosa c’è? Non capisco” “ Pensavo, che non ci credo” “A che cosa non credi?” “A quello che hai detto! “ Sì, tanto tu non credi mai a quello che dico” “Non è questione di credere, penso che sia molto difficile rallegrarsi di un pensiero, o meglio, di una sua logica…” si fermò dandole un bacio sulla fronte “Non arrabbiarti parliamo…” “ Non sono arrabbiata, dimmi” disse lei quasi con indifferenza appoggiando la testa sul petto di lui che intanto le accarezzava i capelli “ Dicevo..ah già…la logica sarà sempre logica, imperfetta. La razionalità verrà inevitabilmente sostituita da altra razionalità apparentemente più perfetta, ma lascerà sempre un piccolo spazio di azione a coloro che non credono in quel ragionamento per svilupparne un’ altro chissà magari più alto, più completo e comunque destinato alla stessa fine del padre” “capisco…ma cosa c’entra il padre?” “il ragionamento padre ovvero quello originale, volevo dare un tocco poetico” “Mmm…ok...parla ancora mi piace quando fai finta di sapere quello che dici.” Disse lei quasi addormentandosi e lanciando un ultimo sottilissimo segnale di sfida “Quindi perché rallegrarsi…il sentimento invece! Quello sì ha un valore immutabile, l’amore non viene superato da altro amore, e l’odio uguale. Amore e odio sono, punto. Credo che dovremmo rallegraci di questo! Ma dormi?” “No no...” disse lei, che nel suo dormiveglia riscaldava il suo pensiero “Senti ma questa tenda, reggerà la pioggia? Senti che vento, si muove tutto, a vedere come l’hai montata. Ti avevo detto di fartelo insegnare e tu no, io sono capace, a cosa vuoi che serva dicevi…bla bla” “Mmm siamo nervosetti eh? Ti è entrato un grillo nel sacco a pelo o cosa?” “Comunque…io non sono d’accordo con il tuo discorso” affermò lei orgogliosa girandosi dall’altro lato per poi tornare ad abbracciarlo “Tu sostieni che la logica, la razionalità sono imperfette perché incomplete mentre il sentimento è. Ma questa tua convinzione non è nient’altro che un altro ragionamento logico. Ti contraddici, stai tentando di rendere razionale un sentimento…e poi come dici tu, rimane un piccolo spiraglio di critica in ogni logica attraverso il quale nasce poi un altro ragionamento sconvolgente direi rivoluzionario rispetto a quello precedente” “Rivoluzionario?…” “Volevo dare un tocco poetico” I due tacquero alcuni attimi “Beh…e quindi…non capisco il punto” “Il punto è..” ricominciò lei “Che la mia critica rappresenta proprio la rivoluzione della tua logica. Incompleta.” “Sarà..” disse lui, i due si baciarono sulle labbra “Se ci pensi tutto gira attorno a la strana volontà di ricercare sempre questa piccola apertura in ciò che appare condiviso, normale. Ecco perchè le persone camminano nelle strade e gli uomini vanno sulla luna. Non sono mica i razzi!” “Forse…comunque sai cosa?” “Cosa?” rispose lei “La tenda regge vedi, te lo avevo detto...” “Che permaloso che sei! “E…sono proprio contento di essere qui con te” disse lui “Anch’io ti amo” rispose lei.

francesco

sabato 5 gennaio 2008

verduramente liberi

“Mancano dieci minuti all’ apertura” gracchiava l’altoparlante dall’alto delle loro teste rimbombando all’interno delle pareti metalliche delle scatolette di sgombro esposte. “Uno, Due, quattromilacinquecentoventicinque sì! Trovato era il codice giusto, vai ancora due e ho finito prima del loro arrivo”. “Di loro chi?” “Come loro chi? I clienti e chi sennò, non farmi girare le patate!” Tutt’un tratto un ombra, un urlo e poi il silenzio. Passava di fila in fila, di bancale in bancale senza sosta con quegli occhialini tondi che facevano sbocciare brividi di ansia sulla pelle. “Cos’è stato?” “E’ Lui….stai attento è il tuo primo giorno vero? Ti pelerà come una carota per poi mangiarti a pranzo se parli, dai continuiamo”. “ Chi..che..cosa? Chi è Lui?” “Come chi è? Lui…è e basta. Non posso dire il suo nome ad alta voce Lui non vuole. Non voglio passare dei guai” L’ossuto collega si guardò attorno con discrezione “Va bene te lo dico ma solo perché mi piaci. Avvicinati con discrezione facendo finta di niente, Lui ha orecchie dappertutto.” bisbigliava il compagno di lavoro. Gigi si accostò all’ incamiciato collega “Lui è…Lui è…il Direttore” “Scusa non ti capisco, tanta zolfa per un direttore?” “Zitto! Io non ti ho detto niente. Ma farai meglio a stare attento, raccontano di aver trovato un dito di un dipendente in una scatoletta di cannella, e tutto perché aveva osato salutarLo senza inchino. Gliel’ha strappato lui, te lo dico io!”. “ Ma vai a quel zucchino, non ci credo” “Io ti ho avvisato”. Gigi era nuovo del lavoro, il primo giorno. Si era fatto la barba, pettinato e aveva messo la sua tuta da battaglia tutta sgualcita ma usata solo per le sue più grandi imprese. Aveva sentito parlare di un ambiente un po’ militaresco ma la paga era buona ed era quello che faceva per lui, e poi tutto stava andando per il meglio, si trovava a proprio agio tra porri e cipolle, quello spazio era così luminoso e i lavori d’ordine gli erano sempre piaciuti. I giorni passavo veloci, le verdure di stagione già traboccavano creando cascate di foglie cadenti dal bordo degli scaffali “Pomodori a 5 euro, li metto qui trallallì. Cavolfiori li metto là trallallà” canticchiava Gigi rimettendo a posto quelle verdure morte sugli appositi scaffali quasi fossero loculi dove recarsi per compiangere i defunti sposi radicchio (di Treviso) o le sorelle cavolette (di Bruxelles). All’improvviso la splendente luce al neon del vicino refrigeratore contenente pesce si oscurò formando un’ indefinita sagoma di un nero penetrante. Gigi si voltò, di fronte c’era Lui. Gigi non osò guardarlo in volto, ma quasi spinto verso terra dall’incredibile peso delle Sue parole non dette abbassò la testa. Identificò solo la sagoma ombrosa dalla quale si intravedevano quei diabolici occhialini tondi e stretti. Lui si avvicinò e disse solo “Spostati di qui” poi se ne andò, la sua presenza era bastata per avvinghiare il cuore del povero interinale da fitti intrecci di terrore, ma più di tutto sembrava che le sue parole lo avessero drogato e sbattuto nel più oscuro fosso della sua coscienza. “Che cosa ti avevo detto? Devi rigare dritto con quello, quando parla ti opprime, tremi. Devi solo obbedire” proclamava l’ossuto collega”. In ogni modo le giornate trascorrevano abbastanza tranquille Gigi cercava di non pensare a quella presenza anche se quando in lontananza sentiva la sua voce bastavano poche parole per fargli rizzare le orecchie come un cane che fa la guardia quando si passa davanti al cancello automatico del suo territorio. Un giorno come gli altri era arrivata una grossa partita di verze e Gigi come sempre si mise a dividere quelle buone da quelle marroncine, quel colore significava infatti che il contadino di turno non era stato proprio diligente! Il caso vuole che contandole e ammucchiandole a forma di piramide il povero Gigi si ritrovò circondato da muri di verze e d’altronde non poteva uscire da nessun altro lato visto che l’unica via di fuga era comunque ostruita da un bancale carotato. Decise così di spingere il per crearsi un pertugio dal quale sgattaiolare e fuggire da quell’universo giallo, sfortunatamente la troppa forza impressa fece cadere il muro di verza che si spappolò per terra colorando di giallo il pavimento del reparto ortofrutta. Gigi cadde, riaprì gli occhi e vide una luce subito oscurata dalla visione di Lui che stava passeggiando dietro quel muro proprio nel momento della caduta. Il sangue si riversò a fiumi negli occhi e in tutti i capillari della faccia di Gigi il quale cadde in ginocchio pronto ad affrontare la sua pena. Lui si tolse gli occhialini e disse “Mi hai sporcato le scarpe…” il cuore di Gigi correva all’impazzata, non poteva rispondere le labbra tremavano “Non farlo mai più” concluse l’opprimente figura. Gigi quasi ricordandosi di meritarsi anche lui un pezzettino di mondo raccolse tutte le energie e il coraggio rimastigli nel fondo del suo grande cuore e alzandosi tra verze colanti rispose “Sono…”. Lui si girò quasi sconcertato dal tentativo del giovane lanciando saette di sfida attraverso quei diabolici occhialini di un tondo perfetto “Sono cose che succedono! Non è colpa mia” concluse Gigi coprendosi il volto coi gomiti quasi aspettandosi un’onda d’odio come risposta. Lui piano s’incamminò verso il giovane cominciò a parlare alzando, ad ogni parola, il tono in maniera progressiva. Usando quella sua voce perfidamente incantatrice aprì la soffitta dei pensieri dell’addetto ortofrutta e la stipò con materassi ripieni d’orrore. Gigi finì le sue mansioni, come se fosse stato sottoposto ad una seduta intensiva di lettura dei fratelli Karamazof non parlò con nessuno durante tutto il giorno, neanche con l’ossuto collega. Poi a fine turno ripose i sedanini e si diresse verso casa. La sera ascoltando la radio promise che avrebbe trovato un modo per mostrate a quel essere terrificante quanto i giovani lavoratori del reparto fossero potenti, ma che dico del reparto! Quanto i lavoratori di tutto il supermercato fossero più potenti, ma che dico del supermercato! Di tutto l’Ipermercato. Avrebbe dovuto essere una risposta collettiva, pronunciata all’unisono dove tutti avrebbero contribuito come fossero uno. Prese carta e penna e disegnò la sua visione, l’appese sul proprio letto e dormì sereno.

Passarono i giorni, i mesi e Gigi ogni giorno parlava con un dipendente diverso. Progettava nel segreto facendo attenzione alle mille orecchie spia posizionate dal terribile capo. L’ossuto collega lo aiutava mandando messaggi e distribuendo foglietti in codice per coordinare l’operazione. Tutti sembravano estremamente pronti a mettere a rischio le proprie emozioni per un impresa tanto disperata. Dopo diversi ripensamenti alla fine Gigi decise di attaccare tre giorni prima di Natale per fare un bel regalo a quella paranoia occhialuta. Il giorno tanto atteso Gigi si vestì come al solito, arrivò in orario e piano di mise a sistemare i cachi. Poi si mise a contare “Un, Due, Tre e Un, Due, Tre….” canticchiando e dando sempre più forza alla sua voce. Quel ritmo ormai forte rimbombava stupendo i poveri clienti: era il segnale. Lui dal fondo della corsia già si stava dirigendo, avvolto e seguito da un fumo nero d’odio, verso Gigi il quale col sudore nella fronte pregava perché nessuno si tirasse indietro proprio in quel momento “Un, Due, Tre”. All’improvviso si aggiunse piano alla nuda voce del giovane ortofrutticolo il ticchettare della scatole di tonno percosse dell’addetta scatolame che già strizzava l’occhiolino. Poi da lontano partì la base di due magazzinieri che picchiavano gli armadietti dei dipendenti tipo batteria. Sulla sinistra i pescivendoli strofinando il ghiaccio rosato provocarono il classico effetto nacchere “Un, Due , Tre….” continuava Gigi che vedeva i suoi pezzi comporsi nella scacchiera d’un opera bellissima. Per ultime sia aggiunsero le commesse che dalle casse passavano a tempo i prodotti che fotografati dal laser producevano un ritmico “Bip!” rendendo il suono complessivo ancora più pieno. Alla fine la musica aveva preso forma incalzata dai più creativi suoni, tutto ciò in un crescendo virtuoso che trovò l’apice nel canto vibrante dell’ossuto collega. Lui si dirigeva verso ogni dipendente con furore, parlava ma nessuno poteva ascoltarlo quella musica era troppo insistente…Sempre più infuriato di diresse verso Gigi che dall’alto, in piedi sulla pesa della frutta dirigeva quell’orchestra in sconto con la gioia di un sogno tanto custodito che come un treno arrivava prorompente al capolinea in orario. Gigi vide il capo nella sua interezza lanciare parole che non si sentivano, finalmente aveva raggiunto il suo scopo. Come aveva previsto quella voce era l’unica arma del povero Lui, senza la quale era solo un uomo piuttosto basso, con gli occhiali ed estremamente insicuro. Si mise a ridere per essere rimasto imprigionato dal timore di una così insulsa figura. Scese dalla pesa e incominciò a camminare seguito in fila indiana da tutti i dipendenti con i loro strumenti improvvisati. Quando l’ultimo dipendente uscì, la porta dell’uscita di sicurezza sbattè rimbombando nell’assenza di ritmo, lasciando immobile il capo e i clienti coi loro cigolanti carrelli. Il gruppo continuò a cantare a lungo con Gigi in testa; cantavano il lavoro, la paura, la loro determinazione a volere vedere le cose in maniera diversa. In fondo il loro era un canto di libertà.

francesco

sabato 15 dicembre 2007

se bastasse il mare

Un passo dopo l’altro, il respiro era la colonna sonora di quella mezz’ora di libertà che si prendeva ogni giorno dal lavoro. Non che durante quella corsa quotidiana non pensasse più ai suoi impegni o a come organizzare la settimana successiva ma perlomeno la aiutava a respirare l’aria fresca delle onde e, in fondo, sapeva che qualcosa si apriva in lei a ogni metro rosicchiato con fatica. La pista che costeggiava la spiaggia costituiva l’ultima frontiera con la civiltà e con la vita del cartellino timbrato in orario. Era inverno e la spiaggia disabitata forniva un panorama marron-blu che rifletteva rispettivamente la sabbia e il mare. Anche questi due colori variavano seguendo diverse tonalità dipendenti dall’alternarsi delle nuvole e dalla caparbietà del sole che a fatica spingeva per trovare un buco da cui farsi notare attraverso quel manto grigio. Non c’era mai nessuno sulla pista cosicché alle 14:45 staccava dal lavoro, si metteva la maglietta targata I’m on the wild side in tinta coi pantaloncini e incominciava con difficoltà la corsa fino al molo. Questo era dipinto di un rosso così inteso che durante le giornate soleggiate pungeva gli occhi per la sua lucentezza. Un giorno come gli altri correndo vide una colonna di fumo che si alzava piano e che per la sua lunghezza creava un vero tunnel di collegamento tra il mare blu e la spiaggia. Era un fuoco acceso sulla riva, vicino vi sedeva una persona che col vento nei capelli guardava l’orizzonte non curante delle fiamme che venivano alimentate da diversi legni che ricolmavano un grosso cesto di vimini sulla sinistra. La ragazza colta da un improvviso ed insensato senso di responsabilità deviò la sua corsa dirigendosi verso quella strana figura “Hei tu! Mi senti? “ urlava la ragazza avvicinandosi alla riva e affondando le scarpe sudate nella sabbia “Non vorrei fare la classica rompi uova ma non si possono accendere fuochi sulla spiaggia” La ragazza lo raggiunse finalmente ma quel ragazzo non sembrava prestare attenzione alla giovane che con la schiena piegata e le mani sulle ginocchia sbottava parole interrotte dalla mancanza d’aria. Anzi il giovane non curante, quasi per alimentare l’imbarazzo di quella situazione, mise un nuovo legno sul fuoco. “Hei tu mi senti? Il fuoco devi spegnerlo! Oh ma sei straniero o che? No fire, no fuego. No fiamme, guarda che ti fanno la multa!” la ragazza si fermò un secondo a guardare; il ragazzo era seduto sulla sabbia e indossava un paio di pantaloni di velluto marrone chiaro, scarpe da ginnastica con righe rosse sbiadito e un cappotto verde anche quello sbiadito ma piuttosto pesante. “Senti adesso vado, guarda che ti ho avvertito”. La ragazza ritornò camminando verso la pista che costeggiava la spiaggia, aprì il cellulare, vide l’ora e lasciò perdere pensando alla presentazione da preparare per dopodomani. Recuperò le forze rimaste e riprese a correre. “Chissà chi era quel tipo, certo che ce n’è di gente strana al mondo, poi pensa che giramento di uova stare lì a guardare il mare” pensava la ragazza nella vasca qualche ora dopo mentre si lavava via lo smog, lo sporco. Magari anche l’ansia fosse affiorata sulla pelle, sarebbero bastati due colpi di sapone per lavare via lo stress. Il sole splendeva e il cielo blu alimentava il forte contrasto tra i due soliti colori che facevano da sfondo alla sua corsa. Era arrivata un po’ in ritardo, incominciò a correre, come detto i primi dieci minuti erano i peggiori infatti le giunture delle ginocchia non ancora calde producevano un doloroso scricchiolio che arrivava fino ai polpastrelli delle giovani dita dei piedi. Ancora una volta apparve quella colonna di fumo e con lei quel personaggio. “Hei ti ho detto di spegnere questo fuoco! Guarda che passano a controllare anche se è inverno”. La ragazza si sedette esanime in prossimità del ragazzo, poi distese la schiena sulla sabbia prendendo grandi boccate d’aria con le gambe all’aria per permettere al sangue di circolare libero sfruttando la forza di gravità. “Certo che non sei uno di tante parole tu, cos’è ti sto antipatica? Vivi qui? Sei nuovo?”. La ragazza si mise a fare un po’ di stiramento iniziando quel colloquio senza controparte solo per farsi compagnia “Insomma…bello il mare. Visto che è l’unica cosa che guardi deve proprio piacerti, in effetti è proprio uno scenario come dire innovativo. A me piace ma solo quando corro. Sai io corro sempre qui in inverno, in estate è pieno di bambini, urla e palloni che volano, non fa per me”. Il ragazzo scrutava imperturbabile la distesa blu, le parole della ragazza infatti non scalfivano l’armatura del suo sguardo. Ogni tanto metteva un nuovo legno sul fuoco ma questo non presagiva nessuna intenzione di interagire con la giovane. La ragazza continuava a visitare ogni giorno il giovane e il suo amico fiammante, mentre stirava i muscoli si raccontava “Io mi sono rotta di questi uomini pieni di se sai? Certo non parlo di te eheh. No, non ce la faccio più di tutti questi Io, cioè Io ho fatto, Io ho visto ecc. no veramente basta. Poi si può vivere bene anche da soli cosa dici? Ah è vero tu non dici, beh sicuro che non hai conquistato molte donne con la tua loquacità comunque chissà magari non sei sempre stato così. Magari anche tu hai amato e perso, magari…”. La ragazza finito il suo stiramento ciondolava sempre ancora un po’ attorno al giovane, in fondo le piaceva parlare con se stessa. Attraverso quel solitario piromane di mare si stava accorgendo di com’era veramente vestita la sua coscienza e a dirla tutta non le piaceva molto. Ne risultava una ragazza insicura, il più delle volte falsa di fronte ai propri sentimenti e piuttosto arrivista. Tornava a correre ogni giorno ormai si alimentava di quei cinque minuti, aveva provato a parlare col muro o con altri oggetti ma niente come quel fuoco e il suo fautore riuscivano ad aprirla e ad estrarre le sue vere confessioni. In un giorno di nebbia ed umidità correndo si diresse come sempre verso il barlume luminoso e come sempre incominciò a stirarsi le gambe “Insomma ieri ero al lavoro e sembra che mi trasferiscano in città a capo della nuova sede. Sono veramente contenta anche se ho dei dubbi. Sai c’è questo nuovo tipo che ho conosciuto e mi piace, non mi pare giusto buttare tutto al vento per uno stupido lavoro con un po’ di autorità in più, tu cosa ne dici?” in lontananza si sentiva solo lo scrosciare solitario delle onde “Si anch’io la penso così. Lascio perdere il lavoro. In fondo io non sono una tipa da città a me piace l’aria pulita, le corse insomma meno gente c’è meglio è. Va beh ciao bello ci vediamo domani”. Dopo quell’ultimo incontro la ragazza non si fece vedere per un bel po’, il giovane seguiva comunque ad accendere il suo fuoco circondato da acqua e sabbia come se il suo compito non fosse ancora terminato. Un giorno di primavera come gli altri, dopo diversi mesi, lei si fece rivedere in abiti diciamo così civili, non sudata sembrava si fosse goduta una piacevole passeggiata durata una stagione intera. “Sapevo che ti avrei incontrato ancora qui; no non scomodarti a salutarmi, sapevo che ti ero mancata” ironizzava la giovane avvicinandosi e sfregandosi le mani, piano si sedette “Certo che tu non molli mai sei proprio una roccia, ma per chi lo accendi se neanche ti scaldi? Poi ormai siamo in primavera”. La ragazza stette un attimo in silenzio guardando l’unico scenario possibile “Sai quel tipo di cui ti parlavo, insomma le cose non sono andate tanto bene. Così adesso sono al punto di partenza. Non capisco a cosa mi è servito crescere, fare tante esperienze se poi quando mi sembra di essere felice sento che in fondo mi manca qualcosa.”. La ragazza con un gesto quasi automatico mise un altro legno sul fuoco tanto che le fiamme incominciarono ad alzarsi, il giovane rimaneva come sempre impassibile “Sai…forse hai ragione a stare qui in silenzio e ad accontentarti di poco. Io parlo un sacco, corro, faccio mille cose tanto che non ho mai abbastanza tempo per niente e alla fine ritorno sempre allo stesso punto qui con te che non parli perché in effetti non c’è niente da dire. In fondo, faccio quello che fai tu ma molto peggio eheh…se bastasse il mare per essere felici, tu saresti veramente un re”. Dagli occhi della ragazza fioccò qualche lacrima, mentre il ragazzo accennò un sorriso, le diede un bacio sulla guancia e si incamminò fischiettando verso la civiltà. La ragazza confusa non osò fermarlo e, in effetti, non avrebbe nemmeno voluto farlo. Non lo rivide mai più ma promise a se stessa di tenere vivo quel fuoco fino a che ce ne fosse stato bisogno.


francesco

domenica 2 dicembre 2007

Stavoli jof (o meglio lo Stavolo che non c'è)

1. Prendete una macchina! (come me) e dirigetevi verso la ridente comunità di Borgo Oncedis, 2 Km da Alesso comune di Trasaghis. Uscita di Gemona-Osoppo dell'autostrada Udine-Tarvisio

2. Poi prendete un amico (come questo bel manzone carnico, in effetti forse è meglio un'amica) e da Oncedis incamminatevi lungo il sentiero numero 840.

3. Camminate seguendo le indicazioni per la Malga Almuna. Dicono 2 ore di cammino, "Ma no quelle sono per i camminatori della domenica" diceva quell'amico con tono polemico. Noi ci abbiamo messo 2.15 circa. Regolatevi.

4. Seguite le indicazioni (ben fatte) e troverete una strada bianca. Seguitela e seguitela poi ariverete ad un bivio li non seguite più le indicazioni per la malga ma per gli Stavoli Jof. Non fate come l'amico sopra raffigurato, resistete alla tentazione anche se sò che è dura.

5. Quando scoprirete che gli stavoli non esistono scalate il monte soprastante e....godetevi il panorama a 300 e fischia gradi. Non fate foto tanto le ho fatte io!

6. Fate fuoco e abrustolite un pò di pane. Fate come noi zuppa e vin brulè. Poi tutti a ballare agli Stavoli.

7. Fate qualche foto col vostro amico o semplicemente usate questa e una volta tornati a casa incollate le vostre facce.

P.S. Scendete ma non dimenticatevi l'amico, è un tenerone se rimane solo diventa triste.

francesco

giovedì 29 novembre 2007

Lago di Selva. (eh?)


































Allora poco tempo fa, visti gli scarsi risultati lavorativi ho aperto la cartina del mio amato Friuli e ho deciso di visitare questo lago. Lo sconsiglio a chiunque abbia tendenze depressive in quanto potrebbe cadere nella tentazione di lanciarsi dalla diga lì presente, io ero andato con l'intenzione di farlo ma poi era così triste che piuttosto avrei buttato giù la diga. Comunque se siete friulani e sprizzate allegria tanto da non poter stare fermi organizzate un bel pic nic sul lago di selva, tristezza assicuarata tutto l'anno. Tutto lo scritto sotto era estremamente noioso (ingenieri..), ma ciò messo il mio tocco quindi leggettelo (economisti..).

Come raggiungere la diga


Prendete la macchina (non esistono corriere da quando l'ultimo autista si è fermato lì ed diventato de facto il custode della diga, la corriera è ancora lì. In realtà i passeggeri sono diventati la ridente comunità di Selva. Sperano un giorno di tornare dai loro cari, chiudete bene la macchina quindi e non parlate con nessuno di nessun altro argomento che non sia la diga. Altrimenti si ricorderebbero che esiste un mondo al di fuori del lago e ciò renderebbe le cose un pò difficoltose) e andate verso Spilimbergo, poi Maniago e quindi via in allegria direzione Faidona. Passato l'abitato si proseguite per Chievolis (dove si trova la centrale alimentata direttamente dalla diga) da cui si svolta verso la vallata in direzione sinistra (attenzione a non andare verso Inglangna se no veramente non tornate per cena), da qui si prosegue diritti per una strada asfaltata (insomma asfaltata) fino a raggiungere il bivio presso l'abitato di Selva. Per raggiungere la diga bisogna svoltare a sinistra e dopo pochi metri ci si trova nei pressi dello sbarramento, ripeto lo Sbarramento. Girando a destra al bivio si prosegue invece per la diga di Cà Zul (ecco qui andateci solo dopo che siete sopravissuti in salute alla esperienza "Selva", non strafate anche perchè vi descrivo, così per buttarla lì, la strada per quest' altro magnifico specchio d'acqua verde natura. Insomma, girando a destra per la strada principale si raggiunge l'imbocco di una galleria. La galleria in questione non è altro che un traforo su roccia viva, rettilineo di lunghezza di circa 1,5 km e non illuminato. La larghezza della galleria consente il passaggio di un solo veicolo per volta, ma all'interno di esso è presente uno slargo che dovrebbe consentire l'avvicendamento di due mezzi, o farvi girare la macchina per tornare indietro a 550 all'ora urlando "amo la vita!". Le infiltrazioni d'acqua sono tali da dover utilizzare spesso il tergicristallo. Poco dopo la prima galleria ve nè un'altra con le stesse caratteristiche e lunghezza e al termine di questa l'agognata diga. Guardate la foto in bianco e nero intitolata Galleria di collegamento per capire di cosa si tratta. Nei pressi della diga sono presenti alcuni spiazzi per parcheggiare. Strada da percorrere, circa 4 Km in auto). Lo spazio di parcheggio migliore è sopra la diga, tra le paratoie degli scarichi di superfice e il coronamento (lasciate un uomo di guardia per sicurezza, ah portate qualcuno a cui magari non volete tanto bene, lui capirà). Durante il ritorno, poco dopo Selva, appena girata la montagna, direttamente sulla strada, si può identificare chiaramente (io non l'ho vista) la cava dalla quale è stato estratto il materiale per la costruzione della diga.

Descrizione dell'impianto.

La storia degli impianto della valle del Meduna sono legato a doppio filo alla storia dello stabilimento industriale di Torviscosa. L'impianto di Cà Selva era stato costruito per fornire di elettricità lo stabilimento Soda Cloro che con la fine degli anni 50 aveva aumentato notevolmente la sua produttività.Le acque dello sbarramento di Cà Selva vengono sfruttate dalla centrale di Chievolis. L'impianto di Cà Selva è sicuramente uno dei più belli del Friuli (questo lo dici tu pazzo ingeniere elettrofilo, chissà quante specie di api non hai massacrato spalmando cemento come burro. Dovevi fare il cuoco, altro che usare le valli come teglie per i tuoi pastrocchi). Lo sbarramento impressiona sia per l' altezza che per la lunghezza del suo coronamento (altezza 110 metri). La diga in superfice, è dotata solamente di scaricatori con paratoie situati sul lato sinistro della diga. Interessanti gli scivoli dello scarico che partendo da ciglio diga arrivano fino a fondo valle (sembrano quelli dei parchi acquatici!). Lo scarico di fondo è situato sul lato destro della valle ma il suo scarico a valle non è chiaramente visibile. La presa per la centrale è situata sul lato sinistro della valle poco distante dalla diga. Come aneddoto, il custode (io l'ho conosciuto!!) della diga ci ha raccontato che quando si apre lo scarico di fondo, trema tutto, diga compresa (quando succede a Selva fanno la sagra si chiama "Selva-ggiamente aperti" da non perdere).

francesco

mercoledì 28 novembre 2007

a colloquio. Parte II: per aria

ecco la continuazione....

Tantissima luce e un caldo da scoppiare come un palloncino rosso che sale troppo in alto. Più che la luce però, aprendo gli occhi si accorse che qualcos’altro gli mordeva la pelle; un’umidità pungente trascinata dal vento stava penetrando fin nelle giunture ossee. Si alzò ed era nel bel mezzo di un deserto, il Prof. era in piedi che scrutava qualcosa di indefinito col suo monocolo “Sei proprio un pivellino ti sei addormentato subito e ti sei perso la parte migliore del viaggio, comunque ho scelto una zona di atterraggio estremamente efficiente, sono troppo bravo! Ah questa volta ce la faccio” commentava da solo il docente “A fare cosa? E poi che ci facciamo qua? Scelto un posto per l’atterraggio? Prof. mi dica qualcosa non ci capisco niente io vengo a colloquio e lei mi porta in questo, cos’è poi questo posto?!” sbraitava Alessandro che subito si zittì vedendo che si trovava nel bel mezzo di un deserto innevato, montagne, ghiacciai acque blu scuro a ovest mentre subito dietro di lui una foresta altissima con alberi dai centocinquanta ai duecento metri. C’era un sacco di neve ed era calda! Ma le sorprese non erano finite si sentiva, infatti, un sibilo lontano, acuto sempre più sottile e penetrante mentre nel cielo si profilava una sagoma di un oggetto con ali da Boeing e con tanto di lucette e rotori. Aveva venti forse trenta metri di apertura alare. Alessandro sgranò gli occhi, faceva fatica a crederci in realtà non si trattava di un Boeing ma di una tigre con le ali! L’essere sfrecciò sopra gli avventurieri spostando palate d’aria e ruggendo così forte da far cadere i due a terra. Alessandro si alzò mentre il Prof. disteso con la pancia all’aria faceva proprio ridere “Prof. cos’era quello!?” Il Prof. sbuffando e mettendosi la pancia a posto urlò “Non è tempo di domande ragazzo! Corri” “Ma io….” Il ragazzo si zittì ancora a voltandosi vide una grande massa scomposta di individui tutti diversi che correva all’impazzata alzando un gran polverone di neve scottante. Alessandro attonito scrutava quegli esseri avanzare quasi incantato. C’erano alcuni che avevano facce a forma di triangolo colorate di una tinta verde con lineette viola sul collo che si propagavano in tutto il corpo scoperto formando parabole che crescevano esponenzialmente poi all’esterno della persona stessa. Altri il cui naso mutava continuamente sia nelle tonalità che nelle forme. In prima linea si distingueva un gruppo velocissimo che usava solo in parte le gambe, infatti gli individui di quel drappello reggevano una lunghissimo bastone; come i più grandi saltatori d’asta iniziavano una corsa, piantavano il palo nel terreno e volavano macinando metri e urlando al vento cose del tipo “Akbar aka ghnamn foner!”. Alessandro, vista la situazione seguì il consiglio del Prof. e si mise a correre a più non posso dietro il suo goffo mentore che mantenendo una mano sul cappello da pescatore lanciava le gambe in avanti. Facendo quel movimento disarticolato stile merlo il docente si muoveva ma procedeva comunque lentissimo tanto che Alessandro decise di portarlo in groppa. Una volta in spalla il Prof. si mise a gesticolare brandendo la mano indicava direzioni e dava consigli allo studente che comunque non capiva e intanto sprizzava sudore. Il povero ragazzo che doveva essere a cena per le otto si trovava in un deserto di neve calda a cacciare una tigre di linea col suo Prof. inseguito da personaggi a quattro dimensioni, quella situazione aveva definitivamente un qualcosa di surreale. La tigre alata era fuggita nella foresta e i due universitari, avendo molto vantaggio su gli altri, la raggiunsero per primi: entrando tutto si fece silenzio. Il Prof. estrasse dal suo zaino anni 30’ un fucile con una canna montabile lunghissima forse quattro o cinque metri “Prof. io non ne posso più, adesso mi siedo qui e non mi muovo finché lei non mi spiega chi sono quei personaggi là, che cos’è quella roba che vola e perché mi ha trascinato in tutto questo!” “Certo che sei proprio un tarlo tu…sarò breve che non abbiamo tempo. Ogni anno più o meno nello stesso periodo ci raduniamo io ed alcuni appassionati e organizziamo la cosiddetta caccia alla tigre motoalata. E’ bello si incontrano tanti vecchi amici si fa festa e si vince un premio, tu sei giovane, forte e anche se non sembra sei intelligente. E’ un po’ come la caccia della domenica al fagiano coi cani, con la variante che qui è sempre domenica non c’è il fagiano e tu sei il mio terrier!” “Che bello grazie, adesso si che sono sollevato” rispose Alessandro sarcasticamente “In effetti tutto torna, tralasciando il fatto che in questo posto ci si arriva con un ascensore che parte dalla sua scrivania, che i suoi amici sono verdi e che questa tigre ha delle ali con i motori. Prof. voglio tornare a casa se lo cacci da solo il suo predatore 747” diceva Alessandro ormai in preda alla disperazione “Senti se vuoi veramente tornare a casa non mi annoiare con le tue panzanate e aiutami. Dammi una mano con questo arnese, sai per una tigre grande ci vuole un fucile grande”. Alessandro sconsolato si accorse che non aveva molta scelta quindi aiutò il Prof. a montare il fucile. Questo arnese era talmente lungo che i due dovevano reggerlo rimanendo in fila indiana, camminando con passo felpato si misero a cercare la tigre in silenzio. A ogni passo qualcosa scricchiolava, dentro quella foresta avvolta da un silenzio così profondo appunto ogni piccolo rumore nato dal movimento dei due subito riempiva la totale mancanza di suono. Attorno gli alberi erano così alti che non si capiva se avessero una chioma là in cima o se, in realtà, esistesse solo un tronco spelacchiato. In ogni modo, dopo un lungo cammino senza direzione il Prof. si fermò fece un cenno e si abbassò, i due sistemarono il fucile e guardarono oltre i cespugli. La tigre era lì a pochi metri e si stava leccando le ali metalliche in riva a un lago d’acqua blu scurissimo, dopo un pò quasi non si fosse accorta dei due si mise a bere. Continuò a bere e a bere e a bere tanto che tra un glu e l’altro prosciugò quasi tutto lo specchio d’acqua. Poi si prese un attimo e si guardò attorno con le zampe sul panciotto peloso, con gran discrezione lanciò un rutto potentissimo proprio nel momento in cui il Prof. inquadrata la testa dell’animale stava premere il grilletto. Il vento fortissimo piegò gli alberi lanciò per aria il professore che sparacchiando nel vuoto sembrava un pallone beige col cappello, anche Alessandro non riuscendo ad aggrapparsi alla pietra volò in aria fino a che cadde lontano su una duna di sabbia. Disteso sul quel soffice manto vide la tigre alata volare verso est “Questo cielo è proprio di un blu bellissimo”. Alessandro si stava godendo quel magnifico attimo di delirio dovuto alla caduta chiuse gli occhi ma d’improvviso tornò in se. Si alzò pulendosi la sabbia dai pantaloni sgualciti, tutt’attorno c’erano solo pietre e un deserto sabbioso senza palme, lo studente cominciò a tremare dal freddo e subito si ricordò che lì i deserti funzionavano al contrario. Il sole sulla sua testa produceva quel gelo pungente che gli ricordava le buie notti d’inverno a cui era abituato il ragazzo quando ritornava a casa per le vacanze. Alessandro non sapeva dov’era il Prof., invece di volare a casa per cena era volato in un altro deserto e come se non bastasse stava congelando. Arrancava abbracciandosi per recuperare un po’ di tepore, camminò per ore ma il sole non accennava a scendere “Magari” pensava lo studente con amara ironia “Visti i precedenti, sorge una luna torrida”. Comunque tutt’un tratto vide da lontano fuochi, tende, sentiva fisarmoniche o almeno così sembrava si intravedevano comunque diverse persone che cantavano e ballavano. Si avvicinò con gran gioia e si accorse di essere nel bel mezzo dell’accampamento degli amici del Prof. che un po’ alticci grigliavano carni blu e bevevano vino terrestre!. I corridori con l’asta si allenavano ubriachi e svolazzando di qua e di là cadendo sulle tende, sulle griglie e sulle persone stesse provocando danni incalcolabili. “Avete visto un uomo che si fa chiamare il Prof., beige, pancetta, baffetti sulla cinquantina?” domandava a tutti Alessandro “Akar garwe juoglwer!” rispondevano gridando gli altri. Alessandro si stava chiedendo se quella gente fosse un pochino arretrata visto che tutti rispondevano ad ogni domanda dicendo “Akar garwe juoglwer!” e aspettando una risposta, poi quasi scocciati dalla mancata comunicazione se ne andavano sbraitando “Akar garwe juoglwer!. “Basta” pensò Alessandro “Adesso mi siedo vicino al fuoco, mi scaldo e la smetto di girare a vuoto. Dormo un pò e quando riaprirò gli occhi sentirò di nuovo quell’odore di polvere della moquette, aah l’odore di polvere quanto è buono e fragrante. Sarò di nuovo a lamentarmi per il colloquio e per i miei voti…” Alessandro si addormentò e si accorse che i sogni in quel mondo dove il sole non calava mai erano estremamente reali. Sognò di volare tra le nuvole assieme alla tigre alata, anzi in groppa alla tigre e di respirare libero quell’aria così intensa, peccato che la tigre dicesse solo “Akar garwe juoglwer!” ma Alessandro ovviò quel fastidioso dettaglio e si godette il suo volo in prima classe con vista panoramica. “Svegliati aiutante delle mie scarpe!” urlava il Professore gettando secchiate di acqua blu scuro in faccia allo studente. Alessandro si svegliò maledicendo il suo ritorno a la realtà, se così si poteva chiamare. Si asciugò la faccia e subito si accorse che non aveva più freddo qualcuno infatti gli aveva infilato un enorme cappotto di pelo, al collo portava collane d’oro massiccio piuttosto leggere che avevano la forma di denti di tigre, occhi di tigre e altre cianfrusaglie simili. C’era tutt’attorno un gran movimento, i festaioli stavano sbaraccando le tende e spegnendo le griglie in gran fretta quasi tutti correvano nella stessa direzione “Dai pipinotto muoviti, prendi il fucile e montalo. L’hanno avvistata in un canyon a pochi silometri da qui dobbiamo correre un amico ci da uno strappo”. Alessandro seguì il Prof. questa volta con motivazione aveva capito che l’unico modo per uscire da quella situazione era fare fuori quel animale bimotore. Il Prof. parlò con un essere molto minuto che indossava un cappello di forma piramidale al contrario; i conoscenti scambiarono due parole (sempre quelle “Akar garwe juoglwer”) e accordarono il viaggio. Il Prof. aveva trovato un mezzo di trasporto. Questo “amico minuto” infatti possedeva una mongolfiera anch’essa a forma di piramide al contrario in tinta e direi “in forma” col cappello, al posto della comune cesta però i tre si sedettero in un specie di grande tazza da the tipo quelle delle giostre che girano su se stesse. “Chiaro!” pensò Alessandro con ironia “Non poteva essere una normale mongolfiera con la classica cesta in vimini troppo retrò vero…?”. Il Professore non curante una volta in alto si mise a scrutare quel deserto sabbioso col suo monocolo, tutt’un tratto lo stesso sibilo ormai conosciuto si avvicinò all’improvviso. Attorno si erano alzati in volo gli altri concorrenti e lo avevano fatto in maniera a dir poco alternativa. Vi erano alcuni che con grosse catapulte si facevano lanciare da terra a gran velocità e armati di retino gigante speravano di acchiappare il peloso animale. A questi facevano concorrenza i conosciuti saltatori d’asta che con bastoni ancora più lunghi svolazzavano urlando sempre “Akar garwe juoglwer” questi, al contrario, si affidavano alle loro nude mani per tentare di stritolare la preda. Si distinguevano inoltre mongolfiere, aerostati a forma di teiera o caffettiera ma nessun altra tazza. La tigre scansava tutti spostando, come al solito, grandi masse d’aria tanto che sia i saltatori d’asta e i catapultati mancavano l’obiettivo deviando la loro parabola e finendo urlanti con relativo eco tra le crepe dei profondi canyon sottostanti. La tigre passò poi vicinissima alla mongolfiera e con i suoi rotori fece sobbalzare tutta la tazza da the, Alessandro cadde a terra e rialzandosi cercò l’equipaggio. Trovò subito il minuto amico che era rotolato al suo fianco mentre quel bonzo del suo docente era sparito! Dal basso si sentivano grida così forti che Alesando si sporse “Prendi questo brutta bestiaccia a gasolio!” Il Professore era sospeso nel vuoto tre metri sotto la tazza, era rimasto agganciato alla mongolfiera con un corda che teneva in una mano mentre con l’altra reggeva il suo fucile dalla lunghissima canna. Da là sotto lanciava maledizioni e sparava, i colpi erano in realtà grandi chewing gum rosa estremamente appiccicosi e adatti alla cattura dell’animale. La tazza da the, intanto, viaggiava inclinata visto che quella palla beige era ancora agganciata spostava tutto il peso dalla parte destra, l’aerostato stava lentamente perdendo quota “Prof. la smetta di fare l’eroe torni su! Qua ci schiantiamo!” Il Prof. già non c’era più, il suo momento da eroe circense aveva dovuto fare i conti con le troppe grigliate di carne blu e le deboli braccia frutto di un lavoro da intellettuale. Alessandro in preda al panico vide ancora una volta il suo docente cadere come un pallone in mezzo al mare provocando un mini tsunami mentre la tigre già volava via libera in direzione opposta. La mongolfiera perdeva quota “No ancora un volta no…hei tu!” urlava Alessandro all’amico minuto “Fai qualcosa riportala in quota, per dio stiamo precipitando!” Il proprietario dal bizzarro cappello piramidale guardava Alessandro e urlava sparando gli occhi fuori dalle orbite come palloni “Akar garwe juoglwer!”. Come niente fosse si lanciò anch’egli nel vuoto. “Ecco ci mancava solo questa, d’ora in poi ti tieni il voto che hai e non vai più a colloquio” pensava lo studente. Alessandro chiuse gli occhi, si tappò il naso e ormai solo lasciò quella strana piramide volante tuffandosi nel mare blu scuro sottostante evitando così lo schianto. L’acqua era dolcissima e densa sembrava di nuotare nel miele, subito si tolse il cappotto di pelo e le collane. Stanchissimo lo studente nuotò fino alla prima spiaggia, era vivo e ancora una volta disteso e fradicio guardava il cielo blu intenso: voleva quella tigre, voleva tornare a casa.

francesco