domenica 23 marzo 2008

io sono l'Africa

“Dove vai?” “Dove andate voi, o almeno per un po’, eheh facciamo fino alla svincolo” “Dai sali, bambini fate posto, più in là, più in là…dai che lo zaino non ci sta!” “Ma papi Giu mi da i pizzicotti! Io non mi metto vicino a lui…” “Dai forza, come ci si comporta? Veloci…ecco. Siediti pure, devi avere un po’ di pazienza. Ragazzi, lo zaino state attenti, Terri chiudi la porta…e dai chiudila!” La porta si chiuse con un tonfo e la macchina dopo alcuni attimi riprese la sua corsa. “Scusami, sai i bambini vivono un po’ nel loro mondo” “Nessun problema” il giovane si sedette vicino al posto del conducente “Come ti chiami? Io sono Lorenzo” “Piacere, aspetta la cintura, ecco…Daniele”. Lorenzo guidava con leggerezza mantenendo una velocità constante ma piuttosto lenta, non cambiava quasi mai la marcia. Dietro intanto, volavano urla e gemiti…”Insomma Daniele, hai avuto fortuna, guarda sta per piovere, ti saresti bagnato. Sicuro di voler andare solo fino allo svincolo?…bambini basta!” fuori cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia, l’atmosfera era estiva e i finestrini aperti per un terzo facevano circolare quell’aria di estate e vita che rendeva tutto l’interno dell’automobile estremamente piacevole. “In effetti non ho appuntamenti, comunque arriviamo allo svincolo magari…esce il sole, non vorrei perdermi un bel tramonto in macchina!” “Hai ragione, da quanto sei in viaggio?” “Due mesi e una settimana” “Sempre in autostop?” “Sempre” “Allora chissà che esperienze, anch’io da giovane ho fatto qualche viaggio, ma sai erano un po’ altri tempi comunque, spero che un giorno i miei figli siano più fortunati di me. Bambini basta urlare…non riesco a sentire Danile. Perché non dormite un pò?”” Ma papà continua coi pizzicotti, basta tu…”seguì un urlo terribile, acuto, tanto che Lorenzo fermò la macchina e sistemò le cose dividendo i due rispettivamente a destra e a sinistra, al centro posizionò lo zaino del giovane viaggiatore. La macchina ripartì, passarono alcuni minuti. “Quanti anni hanno?” “Giulio sette, Teresa quattro e mezzo ormai, dormono?” Daniele si voltò “Sembra di sì” “E i tuoi non sono preoccupati? Li chiami ogni tanto?” “Ci sentiamo poco, si preoccupano, ma insomma è tipico di tutti i genitori no? Non credo che capirebbero molte cose…certe cose sono difficili da spiegare a parole…per esempio come potrei descrivere questo incontro…”. Ci fu un attimo di silenzio, Lorenzo ripulì il vapore sul parabrezza per vedere meglio poi rispose “Mio papà ha viaggiato molto in Africa per lavoro. Era spesso solo, mia madre non voleva seguirlo, preferiva vederlo ogni tanto e vivere del suo ricordo…e poi io ero piccolo. Mi ricordo che quando lui tornava a casa, non mi raccontava mai dei sui viaggi o di ciò che aveva fatto. La cosa mi era indifferente, non capivo…a posteriori pensai che mi sarebbe piaciuto saperne di più delle sue esperienze, delle persone che aveva conosciuto eccetera.” Fuori intanto non pioveva più, all’orizzonte tra le tante nuvole frastagliate si intravedevano i primi raggi del tramonto, e le sfumature di colori ancora indefiniti “Poi con gli anni, quando si è sistemato definitivamente a casa, ho cominciato a conoscerlo veramente” “Tuttavia ogni volta che si parlava di Africa, non un parola, non un accenno. Quasi non fosse mai esistita” “Mio padre non c’è più ora…ma non ho rimpianti di non averlo conosciuto, nel corso degli anni ho capito” “Per me l’Africa come la intendiamo non esiste e sai perché?” “Perché?” rispose Daniele. “Perché il viaggio, il suo viaggio, il tuo viaggio muove emozioni…forse tra venti anni non ti ricorderai di questa macchina ma ricorderai il tuo desiderio di libertà, lo avrai tra le mani e sarai in grado di condividerlo con i tuoi figli…con tutti. E così accade per ogni persona, aveva ragione mio papà a non trasmettermi parole, voleva solo regalarmi la sua esperienza intatta nel modo più sincero” Daniele appariva pensoso ma in bilico tra sensazioni opposte “Riesci a seguirmi?…capisci? In senso metaforico io sono l’Africa adesso e tu sei questa strada” Si accesero le quattro frecce lampeggianti “Ecco lo svincolo” Lorenzo si sporse dal finestrino, fuori c’era un bellissimo tramonto, si prospettava una notte limpida e fresca. “Beh Lorenzo, è troppo bello per guardarlo dalla macchina” “In effetti” Daniele recuperò il suo zaino senza svegliare i bambini, chiuse piano la porta “Grazie per il passaggio e per tutto il resto…mi farà compagnia mentre cammino, saluta Giulio e Teresa” Va bene, buon viaggio…ecco tieni una banana” Le due frecce si spensero e la macchina ripartì. In direzione opposta il giovane si incamminava ancora una volta tra le pozze d’acqua respirando l’aria fresca dei temporali d’estate.

francesco


martedì 4 marzo 2008

uomini che vanno sulla luna

“Quand’è che finalmente capiremo qualcosa così bene tanto da dimenticarci del perché abbiamo cominciato a cercarla rallegrandoci semplicemente di averla capita?”. “Non credo che succederà mai qualcosa del genere…” “Tutto succede prima o poi, che cosa ne sai tu? Magari…magari....è già successo” “Può essere, comunque il mio discorso era un po’ diverso” “Pensavo…” si fermò 2 minuti guardando il cielo plastificato muoversi seguendo le onde del vento che lo arrotondavano e lisciavano “Pensavi cosa, cosa c’è? Non capisco” “ Pensavo, che non ci credo” “A che cosa non credi?” “A quello che hai detto! “ Sì, tanto tu non credi mai a quello che dico” “Non è questione di credere, penso che sia molto difficile rallegrarsi di un pensiero, o meglio, di una sua logica…” si fermò dandole un bacio sulla fronte “Non arrabbiarti parliamo…” “ Non sono arrabbiata, dimmi” disse lei quasi con indifferenza appoggiando la testa sul petto di lui che intanto le accarezzava i capelli “ Dicevo..ah già…la logica sarà sempre logica, imperfetta. La razionalità verrà inevitabilmente sostituita da altra razionalità apparentemente più perfetta, ma lascerà sempre un piccolo spazio di azione a coloro che non credono in quel ragionamento per svilupparne un’ altro chissà magari più alto, più completo e comunque destinato alla stessa fine del padre” “capisco…ma cosa c’entra il padre?” “il ragionamento padre ovvero quello originale, volevo dare un tocco poetico” “Mmm…ok...parla ancora mi piace quando fai finta di sapere quello che dici.” Disse lei quasi addormentandosi e lanciando un ultimo sottilissimo segnale di sfida “Quindi perché rallegrarsi…il sentimento invece! Quello sì ha un valore immutabile, l’amore non viene superato da altro amore, e l’odio uguale. Amore e odio sono, punto. Credo che dovremmo rallegraci di questo! Ma dormi?” “No no...” disse lei, che nel suo dormiveglia riscaldava il suo pensiero “Senti ma questa tenda, reggerà la pioggia? Senti che vento, si muove tutto, a vedere come l’hai montata. Ti avevo detto di fartelo insegnare e tu no, io sono capace, a cosa vuoi che serva dicevi…bla bla” “Mmm siamo nervosetti eh? Ti è entrato un grillo nel sacco a pelo o cosa?” “Comunque…io non sono d’accordo con il tuo discorso” affermò lei orgogliosa girandosi dall’altro lato per poi tornare ad abbracciarlo “Tu sostieni che la logica, la razionalità sono imperfette perché incomplete mentre il sentimento è. Ma questa tua convinzione non è nient’altro che un altro ragionamento logico. Ti contraddici, stai tentando di rendere razionale un sentimento…e poi come dici tu, rimane un piccolo spiraglio di critica in ogni logica attraverso il quale nasce poi un altro ragionamento sconvolgente direi rivoluzionario rispetto a quello precedente” “Rivoluzionario?…” “Volevo dare un tocco poetico” I due tacquero alcuni attimi “Beh…e quindi…non capisco il punto” “Il punto è..” ricominciò lei “Che la mia critica rappresenta proprio la rivoluzione della tua logica. Incompleta.” “Sarà..” disse lui, i due si baciarono sulle labbra “Se ci pensi tutto gira attorno a la strana volontà di ricercare sempre questa piccola apertura in ciò che appare condiviso, normale. Ecco perchè le persone camminano nelle strade e gli uomini vanno sulla luna. Non sono mica i razzi!” “Forse…comunque sai cosa?” “Cosa?” rispose lei “La tenda regge vedi, te lo avevo detto...” “Che permaloso che sei! “E…sono proprio contento di essere qui con te” disse lui “Anch’io ti amo” rispose lei.

francesco

sabato 5 gennaio 2008

verduramente liberi

“Mancano dieci minuti all’ apertura” gracchiava l’altoparlante dall’alto delle loro teste rimbombando all’interno delle pareti metalliche delle scatolette di sgombro esposte. “Uno, Due, quattromilacinquecentoventicinque sì! Trovato era il codice giusto, vai ancora due e ho finito prima del loro arrivo”. “Di loro chi?” “Come loro chi? I clienti e chi sennò, non farmi girare le patate!” Tutt’un tratto un ombra, un urlo e poi il silenzio. Passava di fila in fila, di bancale in bancale senza sosta con quegli occhialini tondi che facevano sbocciare brividi di ansia sulla pelle. “Cos’è stato?” “E’ Lui….stai attento è il tuo primo giorno vero? Ti pelerà come una carota per poi mangiarti a pranzo se parli, dai continuiamo”. “ Chi..che..cosa? Chi è Lui?” “Come chi è? Lui…è e basta. Non posso dire il suo nome ad alta voce Lui non vuole. Non voglio passare dei guai” L’ossuto collega si guardò attorno con discrezione “Va bene te lo dico ma solo perché mi piaci. Avvicinati con discrezione facendo finta di niente, Lui ha orecchie dappertutto.” bisbigliava il compagno di lavoro. Gigi si accostò all’ incamiciato collega “Lui è…Lui è…il Direttore” “Scusa non ti capisco, tanta zolfa per un direttore?” “Zitto! Io non ti ho detto niente. Ma farai meglio a stare attento, raccontano di aver trovato un dito di un dipendente in una scatoletta di cannella, e tutto perché aveva osato salutarLo senza inchino. Gliel’ha strappato lui, te lo dico io!”. “ Ma vai a quel zucchino, non ci credo” “Io ti ho avvisato”. Gigi era nuovo del lavoro, il primo giorno. Si era fatto la barba, pettinato e aveva messo la sua tuta da battaglia tutta sgualcita ma usata solo per le sue più grandi imprese. Aveva sentito parlare di un ambiente un po’ militaresco ma la paga era buona ed era quello che faceva per lui, e poi tutto stava andando per il meglio, si trovava a proprio agio tra porri e cipolle, quello spazio era così luminoso e i lavori d’ordine gli erano sempre piaciuti. I giorni passavo veloci, le verdure di stagione già traboccavano creando cascate di foglie cadenti dal bordo degli scaffali “Pomodori a 5 euro, li metto qui trallallì. Cavolfiori li metto là trallallà” canticchiava Gigi rimettendo a posto quelle verdure morte sugli appositi scaffali quasi fossero loculi dove recarsi per compiangere i defunti sposi radicchio (di Treviso) o le sorelle cavolette (di Bruxelles). All’improvviso la splendente luce al neon del vicino refrigeratore contenente pesce si oscurò formando un’ indefinita sagoma di un nero penetrante. Gigi si voltò, di fronte c’era Lui. Gigi non osò guardarlo in volto, ma quasi spinto verso terra dall’incredibile peso delle Sue parole non dette abbassò la testa. Identificò solo la sagoma ombrosa dalla quale si intravedevano quei diabolici occhialini tondi e stretti. Lui si avvicinò e disse solo “Spostati di qui” poi se ne andò, la sua presenza era bastata per avvinghiare il cuore del povero interinale da fitti intrecci di terrore, ma più di tutto sembrava che le sue parole lo avessero drogato e sbattuto nel più oscuro fosso della sua coscienza. “Che cosa ti avevo detto? Devi rigare dritto con quello, quando parla ti opprime, tremi. Devi solo obbedire” proclamava l’ossuto collega”. In ogni modo le giornate trascorrevano abbastanza tranquille Gigi cercava di non pensare a quella presenza anche se quando in lontananza sentiva la sua voce bastavano poche parole per fargli rizzare le orecchie come un cane che fa la guardia quando si passa davanti al cancello automatico del suo territorio. Un giorno come gli altri era arrivata una grossa partita di verze e Gigi come sempre si mise a dividere quelle buone da quelle marroncine, quel colore significava infatti che il contadino di turno non era stato proprio diligente! Il caso vuole che contandole e ammucchiandole a forma di piramide il povero Gigi si ritrovò circondato da muri di verze e d’altronde non poteva uscire da nessun altro lato visto che l’unica via di fuga era comunque ostruita da un bancale carotato. Decise così di spingere il per crearsi un pertugio dal quale sgattaiolare e fuggire da quell’universo giallo, sfortunatamente la troppa forza impressa fece cadere il muro di verza che si spappolò per terra colorando di giallo il pavimento del reparto ortofrutta. Gigi cadde, riaprì gli occhi e vide una luce subito oscurata dalla visione di Lui che stava passeggiando dietro quel muro proprio nel momento della caduta. Il sangue si riversò a fiumi negli occhi e in tutti i capillari della faccia di Gigi il quale cadde in ginocchio pronto ad affrontare la sua pena. Lui si tolse gli occhialini e disse “Mi hai sporcato le scarpe…” il cuore di Gigi correva all’impazzata, non poteva rispondere le labbra tremavano “Non farlo mai più” concluse l’opprimente figura. Gigi quasi ricordandosi di meritarsi anche lui un pezzettino di mondo raccolse tutte le energie e il coraggio rimastigli nel fondo del suo grande cuore e alzandosi tra verze colanti rispose “Sono…”. Lui si girò quasi sconcertato dal tentativo del giovane lanciando saette di sfida attraverso quei diabolici occhialini di un tondo perfetto “Sono cose che succedono! Non è colpa mia” concluse Gigi coprendosi il volto coi gomiti quasi aspettandosi un’onda d’odio come risposta. Lui piano s’incamminò verso il giovane cominciò a parlare alzando, ad ogni parola, il tono in maniera progressiva. Usando quella sua voce perfidamente incantatrice aprì la soffitta dei pensieri dell’addetto ortofrutta e la stipò con materassi ripieni d’orrore. Gigi finì le sue mansioni, come se fosse stato sottoposto ad una seduta intensiva di lettura dei fratelli Karamazof non parlò con nessuno durante tutto il giorno, neanche con l’ossuto collega. Poi a fine turno ripose i sedanini e si diresse verso casa. La sera ascoltando la radio promise che avrebbe trovato un modo per mostrate a quel essere terrificante quanto i giovani lavoratori del reparto fossero potenti, ma che dico del reparto! Quanto i lavoratori di tutto il supermercato fossero più potenti, ma che dico del supermercato! Di tutto l’Ipermercato. Avrebbe dovuto essere una risposta collettiva, pronunciata all’unisono dove tutti avrebbero contribuito come fossero uno. Prese carta e penna e disegnò la sua visione, l’appese sul proprio letto e dormì sereno.

Passarono i giorni, i mesi e Gigi ogni giorno parlava con un dipendente diverso. Progettava nel segreto facendo attenzione alle mille orecchie spia posizionate dal terribile capo. L’ossuto collega lo aiutava mandando messaggi e distribuendo foglietti in codice per coordinare l’operazione. Tutti sembravano estremamente pronti a mettere a rischio le proprie emozioni per un impresa tanto disperata. Dopo diversi ripensamenti alla fine Gigi decise di attaccare tre giorni prima di Natale per fare un bel regalo a quella paranoia occhialuta. Il giorno tanto atteso Gigi si vestì come al solito, arrivò in orario e piano di mise a sistemare i cachi. Poi si mise a contare “Un, Due, Tre e Un, Due, Tre….” canticchiando e dando sempre più forza alla sua voce. Quel ritmo ormai forte rimbombava stupendo i poveri clienti: era il segnale. Lui dal fondo della corsia già si stava dirigendo, avvolto e seguito da un fumo nero d’odio, verso Gigi il quale col sudore nella fronte pregava perché nessuno si tirasse indietro proprio in quel momento “Un, Due, Tre”. All’improvviso si aggiunse piano alla nuda voce del giovane ortofrutticolo il ticchettare della scatole di tonno percosse dell’addetta scatolame che già strizzava l’occhiolino. Poi da lontano partì la base di due magazzinieri che picchiavano gli armadietti dei dipendenti tipo batteria. Sulla sinistra i pescivendoli strofinando il ghiaccio rosato provocarono il classico effetto nacchere “Un, Due , Tre….” continuava Gigi che vedeva i suoi pezzi comporsi nella scacchiera d’un opera bellissima. Per ultime sia aggiunsero le commesse che dalle casse passavano a tempo i prodotti che fotografati dal laser producevano un ritmico “Bip!” rendendo il suono complessivo ancora più pieno. Alla fine la musica aveva preso forma incalzata dai più creativi suoni, tutto ciò in un crescendo virtuoso che trovò l’apice nel canto vibrante dell’ossuto collega. Lui si dirigeva verso ogni dipendente con furore, parlava ma nessuno poteva ascoltarlo quella musica era troppo insistente…Sempre più infuriato di diresse verso Gigi che dall’alto, in piedi sulla pesa della frutta dirigeva quell’orchestra in sconto con la gioia di un sogno tanto custodito che come un treno arrivava prorompente al capolinea in orario. Gigi vide il capo nella sua interezza lanciare parole che non si sentivano, finalmente aveva raggiunto il suo scopo. Come aveva previsto quella voce era l’unica arma del povero Lui, senza la quale era solo un uomo piuttosto basso, con gli occhiali ed estremamente insicuro. Si mise a ridere per essere rimasto imprigionato dal timore di una così insulsa figura. Scese dalla pesa e incominciò a camminare seguito in fila indiana da tutti i dipendenti con i loro strumenti improvvisati. Quando l’ultimo dipendente uscì, la porta dell’uscita di sicurezza sbattè rimbombando nell’assenza di ritmo, lasciando immobile il capo e i clienti coi loro cigolanti carrelli. Il gruppo continuò a cantare a lungo con Gigi in testa; cantavano il lavoro, la paura, la loro determinazione a volere vedere le cose in maniera diversa. In fondo il loro era un canto di libertà.

francesco

sabato 15 dicembre 2007

se bastasse il mare

Un passo dopo l’altro, il respiro era la colonna sonora di quella mezz’ora di libertà che si prendeva ogni giorno dal lavoro. Non che durante quella corsa quotidiana non pensasse più ai suoi impegni o a come organizzare la settimana successiva ma perlomeno la aiutava a respirare l’aria fresca delle onde e, in fondo, sapeva che qualcosa si apriva in lei a ogni metro rosicchiato con fatica. La pista che costeggiava la spiaggia costituiva l’ultima frontiera con la civiltà e con la vita del cartellino timbrato in orario. Era inverno e la spiaggia disabitata forniva un panorama marron-blu che rifletteva rispettivamente la sabbia e il mare. Anche questi due colori variavano seguendo diverse tonalità dipendenti dall’alternarsi delle nuvole e dalla caparbietà del sole che a fatica spingeva per trovare un buco da cui farsi notare attraverso quel manto grigio. Non c’era mai nessuno sulla pista cosicché alle 14:45 staccava dal lavoro, si metteva la maglietta targata I’m on the wild side in tinta coi pantaloncini e incominciava con difficoltà la corsa fino al molo. Questo era dipinto di un rosso così inteso che durante le giornate soleggiate pungeva gli occhi per la sua lucentezza. Un giorno come gli altri correndo vide una colonna di fumo che si alzava piano e che per la sua lunghezza creava un vero tunnel di collegamento tra il mare blu e la spiaggia. Era un fuoco acceso sulla riva, vicino vi sedeva una persona che col vento nei capelli guardava l’orizzonte non curante delle fiamme che venivano alimentate da diversi legni che ricolmavano un grosso cesto di vimini sulla sinistra. La ragazza colta da un improvviso ed insensato senso di responsabilità deviò la sua corsa dirigendosi verso quella strana figura “Hei tu! Mi senti? “ urlava la ragazza avvicinandosi alla riva e affondando le scarpe sudate nella sabbia “Non vorrei fare la classica rompi uova ma non si possono accendere fuochi sulla spiaggia” La ragazza lo raggiunse finalmente ma quel ragazzo non sembrava prestare attenzione alla giovane che con la schiena piegata e le mani sulle ginocchia sbottava parole interrotte dalla mancanza d’aria. Anzi il giovane non curante, quasi per alimentare l’imbarazzo di quella situazione, mise un nuovo legno sul fuoco. “Hei tu mi senti? Il fuoco devi spegnerlo! Oh ma sei straniero o che? No fire, no fuego. No fiamme, guarda che ti fanno la multa!” la ragazza si fermò un secondo a guardare; il ragazzo era seduto sulla sabbia e indossava un paio di pantaloni di velluto marrone chiaro, scarpe da ginnastica con righe rosse sbiadito e un cappotto verde anche quello sbiadito ma piuttosto pesante. “Senti adesso vado, guarda che ti ho avvertito”. La ragazza ritornò camminando verso la pista che costeggiava la spiaggia, aprì il cellulare, vide l’ora e lasciò perdere pensando alla presentazione da preparare per dopodomani. Recuperò le forze rimaste e riprese a correre. “Chissà chi era quel tipo, certo che ce n’è di gente strana al mondo, poi pensa che giramento di uova stare lì a guardare il mare” pensava la ragazza nella vasca qualche ora dopo mentre si lavava via lo smog, lo sporco. Magari anche l’ansia fosse affiorata sulla pelle, sarebbero bastati due colpi di sapone per lavare via lo stress. Il sole splendeva e il cielo blu alimentava il forte contrasto tra i due soliti colori che facevano da sfondo alla sua corsa. Era arrivata un po’ in ritardo, incominciò a correre, come detto i primi dieci minuti erano i peggiori infatti le giunture delle ginocchia non ancora calde producevano un doloroso scricchiolio che arrivava fino ai polpastrelli delle giovani dita dei piedi. Ancora una volta apparve quella colonna di fumo e con lei quel personaggio. “Hei ti ho detto di spegnere questo fuoco! Guarda che passano a controllare anche se è inverno”. La ragazza si sedette esanime in prossimità del ragazzo, poi distese la schiena sulla sabbia prendendo grandi boccate d’aria con le gambe all’aria per permettere al sangue di circolare libero sfruttando la forza di gravità. “Certo che non sei uno di tante parole tu, cos’è ti sto antipatica? Vivi qui? Sei nuovo?”. La ragazza si mise a fare un po’ di stiramento iniziando quel colloquio senza controparte solo per farsi compagnia “Insomma…bello il mare. Visto che è l’unica cosa che guardi deve proprio piacerti, in effetti è proprio uno scenario come dire innovativo. A me piace ma solo quando corro. Sai io corro sempre qui in inverno, in estate è pieno di bambini, urla e palloni che volano, non fa per me”. Il ragazzo scrutava imperturbabile la distesa blu, le parole della ragazza infatti non scalfivano l’armatura del suo sguardo. Ogni tanto metteva un nuovo legno sul fuoco ma questo non presagiva nessuna intenzione di interagire con la giovane. La ragazza continuava a visitare ogni giorno il giovane e il suo amico fiammante, mentre stirava i muscoli si raccontava “Io mi sono rotta di questi uomini pieni di se sai? Certo non parlo di te eheh. No, non ce la faccio più di tutti questi Io, cioè Io ho fatto, Io ho visto ecc. no veramente basta. Poi si può vivere bene anche da soli cosa dici? Ah è vero tu non dici, beh sicuro che non hai conquistato molte donne con la tua loquacità comunque chissà magari non sei sempre stato così. Magari anche tu hai amato e perso, magari…”. La ragazza finito il suo stiramento ciondolava sempre ancora un po’ attorno al giovane, in fondo le piaceva parlare con se stessa. Attraverso quel solitario piromane di mare si stava accorgendo di com’era veramente vestita la sua coscienza e a dirla tutta non le piaceva molto. Ne risultava una ragazza insicura, il più delle volte falsa di fronte ai propri sentimenti e piuttosto arrivista. Tornava a correre ogni giorno ormai si alimentava di quei cinque minuti, aveva provato a parlare col muro o con altri oggetti ma niente come quel fuoco e il suo fautore riuscivano ad aprirla e ad estrarre le sue vere confessioni. In un giorno di nebbia ed umidità correndo si diresse come sempre verso il barlume luminoso e come sempre incominciò a stirarsi le gambe “Insomma ieri ero al lavoro e sembra che mi trasferiscano in città a capo della nuova sede. Sono veramente contenta anche se ho dei dubbi. Sai c’è questo nuovo tipo che ho conosciuto e mi piace, non mi pare giusto buttare tutto al vento per uno stupido lavoro con un po’ di autorità in più, tu cosa ne dici?” in lontananza si sentiva solo lo scrosciare solitario delle onde “Si anch’io la penso così. Lascio perdere il lavoro. In fondo io non sono una tipa da città a me piace l’aria pulita, le corse insomma meno gente c’è meglio è. Va beh ciao bello ci vediamo domani”. Dopo quell’ultimo incontro la ragazza non si fece vedere per un bel po’, il giovane seguiva comunque ad accendere il suo fuoco circondato da acqua e sabbia come se il suo compito non fosse ancora terminato. Un giorno di primavera come gli altri, dopo diversi mesi, lei si fece rivedere in abiti diciamo così civili, non sudata sembrava si fosse goduta una piacevole passeggiata durata una stagione intera. “Sapevo che ti avrei incontrato ancora qui; no non scomodarti a salutarmi, sapevo che ti ero mancata” ironizzava la giovane avvicinandosi e sfregandosi le mani, piano si sedette “Certo che tu non molli mai sei proprio una roccia, ma per chi lo accendi se neanche ti scaldi? Poi ormai siamo in primavera”. La ragazza stette un attimo in silenzio guardando l’unico scenario possibile “Sai quel tipo di cui ti parlavo, insomma le cose non sono andate tanto bene. Così adesso sono al punto di partenza. Non capisco a cosa mi è servito crescere, fare tante esperienze se poi quando mi sembra di essere felice sento che in fondo mi manca qualcosa.”. La ragazza con un gesto quasi automatico mise un altro legno sul fuoco tanto che le fiamme incominciarono ad alzarsi, il giovane rimaneva come sempre impassibile “Sai…forse hai ragione a stare qui in silenzio e ad accontentarti di poco. Io parlo un sacco, corro, faccio mille cose tanto che non ho mai abbastanza tempo per niente e alla fine ritorno sempre allo stesso punto qui con te che non parli perché in effetti non c’è niente da dire. In fondo, faccio quello che fai tu ma molto peggio eheh…se bastasse il mare per essere felici, tu saresti veramente un re”. Dagli occhi della ragazza fioccò qualche lacrima, mentre il ragazzo accennò un sorriso, le diede un bacio sulla guancia e si incamminò fischiettando verso la civiltà. La ragazza confusa non osò fermarlo e, in effetti, non avrebbe nemmeno voluto farlo. Non lo rivide mai più ma promise a se stessa di tenere vivo quel fuoco fino a che ce ne fosse stato bisogno.


francesco

domenica 2 dicembre 2007

Stavoli jof (o meglio lo Stavolo che non c'è)

1. Prendete una macchina! (come me) e dirigetevi verso la ridente comunità di Borgo Oncedis, 2 Km da Alesso comune di Trasaghis. Uscita di Gemona-Osoppo dell'autostrada Udine-Tarvisio

2. Poi prendete un amico (come questo bel manzone carnico, in effetti forse è meglio un'amica) e da Oncedis incamminatevi lungo il sentiero numero 840.

3. Camminate seguendo le indicazioni per la Malga Almuna. Dicono 2 ore di cammino, "Ma no quelle sono per i camminatori della domenica" diceva quell'amico con tono polemico. Noi ci abbiamo messo 2.15 circa. Regolatevi.

4. Seguite le indicazioni (ben fatte) e troverete una strada bianca. Seguitela e seguitela poi ariverete ad un bivio li non seguite più le indicazioni per la malga ma per gli Stavoli Jof. Non fate come l'amico sopra raffigurato, resistete alla tentazione anche se sò che è dura.

5. Quando scoprirete che gli stavoli non esistono scalate il monte soprastante e....godetevi il panorama a 300 e fischia gradi. Non fate foto tanto le ho fatte io!

6. Fate fuoco e abrustolite un pò di pane. Fate come noi zuppa e vin brulè. Poi tutti a ballare agli Stavoli.

7. Fate qualche foto col vostro amico o semplicemente usate questa e una volta tornati a casa incollate le vostre facce.

P.S. Scendete ma non dimenticatevi l'amico, è un tenerone se rimane solo diventa triste.

francesco