sabato 18 ottobre 2008

tra semafori rossi nel traffico del tardo pomeriggio

Si intravedevano pochi raggi di sole tra i rami degli alberi spezzati. La panchina sulla quale sedeva si inclinava piano a ogni sussulto quasi lamentandosi a gran voce del peso eccessivo. Ashartin non era mai stato una persona molto profonda; considerando che le persone profonde di solito perdono la maggior parte del loro tempo ad approfondire la profondità di sé stessi, lui non accettava proprio l’idea di dedicare del tempo, del preziosissimo tempo a qualcosa che non garantiva nessuna certezza.

Il panorama che lo circondava era alquanto desolante: macchine bruciate, bidoni rovesciati a terra, sullo sfondo vi erano scintille che sprizzavano da un lampione in frantumi, come fontane di luce riempivano la strada per poi spegnersi in uno scoppiettio che faceva solletico a vedersi. Aspettava su quella panchina quando a un tratto sentì avvicinarsi un rumore profondo, alternato da pause acute. Il rumore cresceva, poi calava e poi cresceva di nuovo in un circolo sonoro.-E’ un diesel!- penso Ashartin tra sé. Da lontano si vedeva una sagoma blu, un grosso parallelepipedo semovente dai contorni poco dolci..... insomma, un autobus che si fermò proprio di fronte al giovane disorientato. In alto, lo schermo della destinazione riportava semplicemente -Voglio te!-.

La porta si aprì, Ashartin sussultò, scrutò l’interno del mezzo e il suo sguardo cadde subito su una strana figura incastrata nell’angolo di guida. -Ma tu sei un pollo!- esclamò. -E allora?- rispose il conducente con altrettanto stupore alzando il tono della voce. -Parla lui senza piume, sali o no? Sono due uova per il centro, tre per la collina- Il pollo con cappello e giacchetta portava una cartellino, o meglio, un cartellone -CHIEDI A ME!-. Ashartin confuso cominciò a frugare subito nella saccoccia che portava a tracolla: dentro vi erano esattamente tre uova. Le consegnò, le porte si chiusero e disinserita l’inutile freccia lampeggiante l’autobus ripartì rombando.

Ashartin non ci capiva niente: dov’era? Come era arrivato lì? E soprattutto, chi aveva messo le uova nella sua borsa? Si trovava su un autobus di una qualche città a lui sconosciuta, con un pollo come conducente. -Senta ma...scusi...sa come si chiama questo posto?-chiese all’autista senza ricevere risposta. Poi pensò tra sé: -Mi sembra di esserci già stato, eppure...non mi ricordo niente...-. Ad un tratto il pollo proruppe -Sai, dovresti sorridere un po’ di più tu! Sei lì, con quel muso, tutto serioso... vuoi che ti racconti una barzelletta?-. Ashartin fece un cenno col capo.

-Allora, ci sono due polli, uno è tirchio e ricco, l’altro povero, ma appena ha un centesimo lo sperpera subito. Stanno discutendo e si insultano con frasi del tipo: -Tu hai le alette corte!-, -Tu invece hai le coscette bucate!-... quando a un tratto arriva Dio e dice al pollo sperperone: -Tu hai speso e io ti salvo!- E l’altro dice: -Ma come? E io che sono stato attento, ho risparmiato, ho lavorato e non mi sono fatto corrompere dal denaro? Non mi salvi?-. -Appunto- dice Dio -Visto che tu hai soldi e lui no, uccido te e con i tuoi quattrini mi compro le verdure per farti al forno!-. -Guahahahahaha!- proruppe il pollo. La sua risata aveva il suono dell’acqua che straripa riducendo una diga in frantumi, era piuttosto coinvolgente.

Ashartin accennò un sorriso, poi la sottile ironia della barzelletta si fece strada tra le pieghe del suo umorismo fino a ché non sfociò in una bella risata. -E’ proprio un peccato vederla così!- esclamò l’autista pennuto -Sai una volta era proprio bella, tutto, le macchine, le strade, i semafori funzionavano. La mattina mi svegliavo, salito in groppa a questo bestione, giravo la chiave e facevo il mio solito giro. Su e giù per la collina, sempre puntuale!-

Ashartin ascoltava il pollo e intanto curiosava fuori dal finestrino, rannicchiato su quel sedile sfasciato e puzzolente. Il sole era ancora oscurato da nuvole intermittenti, il paesaggio sempre lo stesso. Si intravedevano finestre dalle imposte penzolanti, vestiti lasciati a marcire appesi a corde che univano file parallele di condomini anneriti dal tempo. No, non era la decadenza che lo spaventava, era l’assenza di vita -Perché le cose erano andate così male?- pensava Ashartin tra sé tormentandosi. Questo gli dava una strana sensazione di rimorso concentrata nello stomaco, provava nausea. Il paesaggio, la città muoveva sensazioni lontane, sepolte tra le viscere del suo vissuto. Gli ricordava come crescendo si era dimenticato di qualcosa. Pieno di impegni, di momenti vissuti troppo in fretta! Aveva lasciato morire piano piano quell’ Ashartin così capace di dipingere creativamente l’incertezza delle situazioni.

-Senti tu- esclamò il pollo cambiando marcia -Non ci siamo presentati...- -Ashartin de Yerzevan- rispose quell’altro sorpreso aspettandosi di dover rispondere- -Ah sei del sud vero?- -A dire la verità no- rispose il ragazzo -Ci credi alle seconde opportunità?- disse il pollo, cambiando completamente discorso. -In che senso?- rispose Ashartin pensieroso -Parlo della possibilità di rimettere tutto in discussione- controbattè l’autitsta -Sì, perchè no...cioè non lo so..non ci ho mai pensato- -Prendi me- continuò il pollo -ho sempre pensato che avrei vissuto in città, guidando questo autobus fermata dopo fermata. Invece...tutto è finito così presto, troppo presto- Nella testa di Ashartin frullavano innumerevoli domande ma le parole rimanevano incastrate fra i denti e inghiottite a fatica giù nello stomaco come grosse pillole amare. Era incerto e si sentiva in colpa per ciò che era successo al pollo, alla sua città...intanto il vivace pennuto continuava a blaterare -Stavo leggendo su www.alzalacresta.po che ci sono delle offerte da paura nella zona di Haskin giù a sud...immaginati..Ah che libertà! Che freschezza! è come ripulire un muro decorato con carta da parati ammuffita e puzzolente. No ragazzo, non guarderò più la strada da questo finestrino appannato di finte speranze!-. Il ragazzo si fece forza e domandò con voce incerta – Perche’ non te ne vai subito? Non vedi? Non c’è niente e nessuno in questo maledetto posto per chilometri...- Il pollo abbassò lo sguardo e rispose -Ci sei tu. Comunque hai ragione, questo è il mio ultimo viaggio- Arshatin non rispose ma provò rimorso per ciò che aveva appena detto senza saperne il motivo.

L’autobus intanto procedeva lento, così inclinato faticava a raggiungere la meta. Il pollo scalò più volte le marce fino a che gridò forte “Guhuhuhuhuguaha, siamo arrivati, bello mio!”. La freccia lampeggiava, l’enorme macchina era ferma, le porte aperte; il motore, esausto, prendeva fiato bucando con fragorosi scoppi il silenzio tra i due. Ashartin si alzò e con la testa bassa raggiunse la soglia, mentre fuori cominciava a soffiare una leggera brezza, alzò lo sguardo e vide un`insieme di case distrutte, muri cadenti e macchine carbonizzate distendersi fino all’incerta linea dell’orizzonte. -Allora, scendi o ti fermi alla prossima?- domando` il pollo, Ashartin sussultò. Era indeciso, stava lì, fermo, strizzava i suoi pensieri quasi fossero panni intrisi di vita, mentre le gocce che si creavano cadendo al suolo secernevano uno strano odore di speranza. Sorpassata la soglia della porta non c’era niente che lo attraeva di quel mondo andato in frantumi; si rese conto che il suo mondo, il suo vero mondo era un autobus con un pollo come conducente.

Con voce tremante e occhi umidi esclamò -Scendo alla prossima!-. Il pollo chiuse la porta e cominciò subito a gridare guardandolo dritto in volto: -Uno, due, liberaa!!- esplodendo infine in una nuvola di piume. Ashartin sentì subito una forte scossa al petto, aprì gli occhi ancora pieni di lacrime immobili e vide un cerchio sopra di lui composto da diverse facce di uomini pensierosi. Dal fondo una voce sommessa diceva: -Battito regolare-. Disteso e immobile sentiva il sangue penetrare tra gli anfratti più sensibili del suo corpo e scorgeva a malapena attorno le case, le auto, le persone... Tutto era ritornato normale. Poco lontano, la sua macchina accartocciata abbracciava un semaforo ormai fuori uso.

Ruotò le palle degli occhi, inghiottì un po’ di sangue e finalmente capì. La città distrutta era ,in fondo, la sua grande potenza creativa mai sfruttata nel corso di una vita persa ad agguantare piccole sicurezze quotidiane. Il pollo, l’ultimo pezzettino della sua grande risorsa creativa era riuscito a sopravvivere e a salvarlo. Che potenza che aveva dentro! E che disastro che aveva combinato massacrando il suo grande mondo! Pur trafitto da dolori lancinanti che lo scuotevano a intermittenza, riuscì, nel profondo, a ridere di gusto per la nuova opportunità concessagli e ad assaporare quel momento in tutta la sua amarezza. L’ambulanza intanto già sfrecciava a gran velocità tra semafori rossi nel traffico del tardo pomeriggio.

domenica 1 giugno 2008

momenti di gloria

Mette a posto le sue carte, fa ordine sulla scrivania. Spegne il computer “Maledetti aggiornamenti, proprio adesso...”. Aspetta diversi minuti, con impazienza fa tutte quelle cose che non si fanno mai tranne quando si aspetta che qualcos'altro non dipendente da te venga fatto. Sistemati anche gli aggiornamenti si pulisce la fronte con la mano, e via di corsa, rimbocca la giacca e le marce della macchina. Prima, seconda, terza e poi di nuovo seconda perché bisogna risparmiare benzina. Niente traffico, nessun ostacolo sulla via di casa. Parcheggia la macchina, “Sono a casa, mi lavo e scappo” esclama con impazienza “Com'è andata al lavoro? Ma dove vai?” domanda la moglie. Non risponde accenna qualcosa. Si lava con cura intanto l'emozione sale dalle punte dei piedi fino alla radice di capelli ormai così radi. “Cinquant'anni e mai una volta che si riesca...” pensa con un pizzico di malinconia “Ma stasera forse...” Si mette la tutta, bacia la moglie con impazienza, apre il cofano dell'auto e con sospetto nasconde qualcosa di lungo e smontabile, riparte. Parcheggia al bar prescelto, incontra i suoi amici. “Ci siamo, avete portato tutto?”. Non c'è da preoccuparsi sapeva di potersi fidare, intanto pensa “Abbiamo fatto il possibile, non ci resta che aspettare..”. Entrano nel bar in fila indiana.

Si toglie la divisa, si guarda allo specchio, la pancia cresce, mentre il portafoglio cala. In fondo anche le diete senza successo costano. “Questa caserma cade proprio a pezzi, non ne posso più” pensa. Nasconde alcuni vestiti in un sacchetto di plastica. Chiude l'armadietto, va di fretta, saluta tutti con un cenno. Chiude il portone e lascia le chiavi del camion cisterna nel solito posto. Esce e aspetta l'amico impaziente “Sempre in ritardo, neanche oggi e sì che ne abbiamo parlato, porca..”. Accende una sigaretta, poi un altra, poi non ne ha più quindi cammina su e giù per far circolare la nicotina più velocemente. E' arrivato, fortunatamente ha portato il necessario in un contenitore rettangolare nero. Risparmia le solite polemiche, saluta apre la macchina e fa accomodare l'amico. Poi si mette i vestiti del sacchetto urtando specchietto, volante e cambiando marcia. “Sono pronto” si mette alla guida e partono. Si fermano, parcheggiano e entrano nel bar scelto ormai da mesi. Si siedono, era da tanto che aspettavano questo momento. Si guardano negli occhi, c'è una forte intesa sono consapevoli che tutto andrà per il verso giusto, si percepisce voglia di rivincita. Sotto voce gli dice “Ci siamo..”. L'amico apre la scatola rettangolare.

Finisce di scrivere, chiude il computer. Il bar è lontano, si mette in macchina, è sempre il ritardo. Come da copione imbottigliato in tangenziale “Proprio oggi..” pensa tra se. Tre chiamate perse sul cellulare e un messaggio “Ti stiamo aspettando, vedi di non arrivare tardi proprio oggi..”. Vista la situazione mette un fazzoletto bianco sul finestrino, suona il clacson, in fondo è un'emergenza! Prende la corsia di emergenza e rischia la patente. Arriva sgommando la bar, in ritardo, dopo aver pagato la multa della polizia autostradale. Comunque vada al piano della serata bisognerà sottrarre centocinquanta euro. Non trova parcheggio, “Il marciapiede serve proprio a questo” pensa. Entra nel bar ansimante, i suoi amici lo aspettano seduti con aria di sfida. Lo aiutano a scaricare un grosso lenzuolo, arrotolato alla buona che da lontano sembra sporco di rosso. Rientrano nel bar. Evita di scusarsi fa il superiore, d'altronde non c'è motivo di sprecare fiato è quasi ora...

Apre il libretto, controlla i suoi voti “studio ancora cinque minuti e poi basta..”. Studia un minuto ed è subito in strada a camminare cercando disperatamente un bar dove rifugiarsi nella speranza di trovare qualcuno con un po' di speranza. Apre la porta del bar e vede un sacco di gente. Tutti sembrano aspettare un accenno per scatenarsi. Si sente un fischio, viene dalla televisione. Alla destra si vede un uomo piuttosto rotondo e comico con maglietta e calzoncini della nazionale vicino a un amico che estrae da un contenitore rettangolare una tromba che subito spara in aria l'inno nazionale. In fondo un gruppo di giovani cinquantenni capeggiati da uno sbandieratore ordinano birre e se la ridono di cuore. Vicino un gruppo di tifosi urlanti sfoggiano uno striscione da stadio con scritte rosso brillante “Bacco, tabacco e nazionale!”. Si siede da solo, ma non importa si sente in compagnia e dimentica gli studi. Sorride, intanto alla televisione una voce ripete “L'Italia calcia il primo pallone degli Europei di calcio 2008..”


francesco

lunedì 12 maggio 2008

il cammino di!

C'era una volta un giovane ragazzo di nome Marco che volle mettersi alla ricerca di un luogo sperduto tra le ruvide rocce carniche. Un luogo dove la vita assume forma di pura luce e dove la speranza trova alloggio tra i muschi dei freschi alberi senza età. Quel luogo già chiamato dagli antichi "Fornelli di Sopra" viene ricordato ora come "Forni di Sopra"...

Invano il ventriteis nonno di Marco
Von Giovannis de Tulmieccis lo aveva cercato rimanendo però disperso tra le nevi e i ghiacci (alcuni credono che sia ancora vivo ma che la natura lo abbia trasformato in un orso giallo)

Camminando sperduto Marco incontrò nei boschi un altro ragazzo molto audace e determinato che condivideva lo stesso sogno di ritrovare quel paradiso perduto, lui si chiamava Gabriele...

Questo giovane moretto seguiva le tracce del suo ventunis nonno
Von Francescov de Risanchis. Anche lui invano aveva tentato di ritrovare "Forni di Sopra" ma non si avevano avute più notizie....

Inutile dire che i due divennero subito amici e compagni di viaggio. Promisero di sacrificare anche la vita (di quell'altro) per scovare il magico sentiero nascosto per "Forni di Sopra".

Dopo diversi giorni di cammino i due avevano già affrontato molte insidie e tempeste...

...ma con l'intuito di uno..


...e la simpatia di quell'altro...

..cominciarono a intravedere qualche segno di speranza!

Fino a che, dietro un albero caduto, apparve davanti a loro la tanto ambita valle di Forni di Sopra...

..to be continued..
francesco

P.S.
Back stage...

domenica 23 marzo 2008

io sono l'Africa

“Dove vai?” “Dove andate voi, o almeno per un po’, eheh facciamo fino alla svincolo” “Dai sali, bambini fate posto, più in là, più in là…dai che lo zaino non ci sta!” “Ma papi Giu mi da i pizzicotti! Io non mi metto vicino a lui…” “Dai forza, come ci si comporta? Veloci…ecco. Siediti pure, devi avere un po’ di pazienza. Ragazzi, lo zaino state attenti, Terri chiudi la porta…e dai chiudila!” La porta si chiuse con un tonfo e la macchina dopo alcuni attimi riprese la sua corsa. “Scusami, sai i bambini vivono un po’ nel loro mondo” “Nessun problema” il giovane si sedette vicino al posto del conducente “Come ti chiami? Io sono Lorenzo” “Piacere, aspetta la cintura, ecco…Daniele”. Lorenzo guidava con leggerezza mantenendo una velocità constante ma piuttosto lenta, non cambiava quasi mai la marcia. Dietro intanto, volavano urla e gemiti…”Insomma Daniele, hai avuto fortuna, guarda sta per piovere, ti saresti bagnato. Sicuro di voler andare solo fino allo svincolo?…bambini basta!” fuori cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia, l’atmosfera era estiva e i finestrini aperti per un terzo facevano circolare quell’aria di estate e vita che rendeva tutto l’interno dell’automobile estremamente piacevole. “In effetti non ho appuntamenti, comunque arriviamo allo svincolo magari…esce il sole, non vorrei perdermi un bel tramonto in macchina!” “Hai ragione, da quanto sei in viaggio?” “Due mesi e una settimana” “Sempre in autostop?” “Sempre” “Allora chissà che esperienze, anch’io da giovane ho fatto qualche viaggio, ma sai erano un po’ altri tempi comunque, spero che un giorno i miei figli siano più fortunati di me. Bambini basta urlare…non riesco a sentire Danile. Perché non dormite un pò?”” Ma papà continua coi pizzicotti, basta tu…”seguì un urlo terribile, acuto, tanto che Lorenzo fermò la macchina e sistemò le cose dividendo i due rispettivamente a destra e a sinistra, al centro posizionò lo zaino del giovane viaggiatore. La macchina ripartì, passarono alcuni minuti. “Quanti anni hanno?” “Giulio sette, Teresa quattro e mezzo ormai, dormono?” Daniele si voltò “Sembra di sì” “E i tuoi non sono preoccupati? Li chiami ogni tanto?” “Ci sentiamo poco, si preoccupano, ma insomma è tipico di tutti i genitori no? Non credo che capirebbero molte cose…certe cose sono difficili da spiegare a parole…per esempio come potrei descrivere questo incontro…”. Ci fu un attimo di silenzio, Lorenzo ripulì il vapore sul parabrezza per vedere meglio poi rispose “Mio papà ha viaggiato molto in Africa per lavoro. Era spesso solo, mia madre non voleva seguirlo, preferiva vederlo ogni tanto e vivere del suo ricordo…e poi io ero piccolo. Mi ricordo che quando lui tornava a casa, non mi raccontava mai dei sui viaggi o di ciò che aveva fatto. La cosa mi era indifferente, non capivo…a posteriori pensai che mi sarebbe piaciuto saperne di più delle sue esperienze, delle persone che aveva conosciuto eccetera.” Fuori intanto non pioveva più, all’orizzonte tra le tante nuvole frastagliate si intravedevano i primi raggi del tramonto, e le sfumature di colori ancora indefiniti “Poi con gli anni, quando si è sistemato definitivamente a casa, ho cominciato a conoscerlo veramente” “Tuttavia ogni volta che si parlava di Africa, non un parola, non un accenno. Quasi non fosse mai esistita” “Mio padre non c’è più ora…ma non ho rimpianti di non averlo conosciuto, nel corso degli anni ho capito” “Per me l’Africa come la intendiamo non esiste e sai perché?” “Perché?” rispose Daniele. “Perché il viaggio, il suo viaggio, il tuo viaggio muove emozioni…forse tra venti anni non ti ricorderai di questa macchina ma ricorderai il tuo desiderio di libertà, lo avrai tra le mani e sarai in grado di condividerlo con i tuoi figli…con tutti. E così accade per ogni persona, aveva ragione mio papà a non trasmettermi parole, voleva solo regalarmi la sua esperienza intatta nel modo più sincero” Daniele appariva pensoso ma in bilico tra sensazioni opposte “Riesci a seguirmi?…capisci? In senso metaforico io sono l’Africa adesso e tu sei questa strada” Si accesero le quattro frecce lampeggianti “Ecco lo svincolo” Lorenzo si sporse dal finestrino, fuori c’era un bellissimo tramonto, si prospettava una notte limpida e fresca. “Beh Lorenzo, è troppo bello per guardarlo dalla macchina” “In effetti” Daniele recuperò il suo zaino senza svegliare i bambini, chiuse piano la porta “Grazie per il passaggio e per tutto il resto…mi farà compagnia mentre cammino, saluta Giulio e Teresa” Va bene, buon viaggio…ecco tieni una banana” Le due frecce si spensero e la macchina ripartì. In direzione opposta il giovane si incamminava ancora una volta tra le pozze d’acqua respirando l’aria fresca dei temporali d’estate.

francesco


martedì 4 marzo 2008

uomini che vanno sulla luna

“Quand’è che finalmente capiremo qualcosa così bene tanto da dimenticarci del perché abbiamo cominciato a cercarla rallegrandoci semplicemente di averla capita?”. “Non credo che succederà mai qualcosa del genere…” “Tutto succede prima o poi, che cosa ne sai tu? Magari…magari....è già successo” “Può essere, comunque il mio discorso era un po’ diverso” “Pensavo…” si fermò 2 minuti guardando il cielo plastificato muoversi seguendo le onde del vento che lo arrotondavano e lisciavano “Pensavi cosa, cosa c’è? Non capisco” “ Pensavo, che non ci credo” “A che cosa non credi?” “A quello che hai detto! “ Sì, tanto tu non credi mai a quello che dico” “Non è questione di credere, penso che sia molto difficile rallegrarsi di un pensiero, o meglio, di una sua logica…” si fermò dandole un bacio sulla fronte “Non arrabbiarti parliamo…” “ Non sono arrabbiata, dimmi” disse lei quasi con indifferenza appoggiando la testa sul petto di lui che intanto le accarezzava i capelli “ Dicevo..ah già…la logica sarà sempre logica, imperfetta. La razionalità verrà inevitabilmente sostituita da altra razionalità apparentemente più perfetta, ma lascerà sempre un piccolo spazio di azione a coloro che non credono in quel ragionamento per svilupparne un’ altro chissà magari più alto, più completo e comunque destinato alla stessa fine del padre” “capisco…ma cosa c’entra il padre?” “il ragionamento padre ovvero quello originale, volevo dare un tocco poetico” “Mmm…ok...parla ancora mi piace quando fai finta di sapere quello che dici.” Disse lei quasi addormentandosi e lanciando un ultimo sottilissimo segnale di sfida “Quindi perché rallegrarsi…il sentimento invece! Quello sì ha un valore immutabile, l’amore non viene superato da altro amore, e l’odio uguale. Amore e odio sono, punto. Credo che dovremmo rallegraci di questo! Ma dormi?” “No no...” disse lei, che nel suo dormiveglia riscaldava il suo pensiero “Senti ma questa tenda, reggerà la pioggia? Senti che vento, si muove tutto, a vedere come l’hai montata. Ti avevo detto di fartelo insegnare e tu no, io sono capace, a cosa vuoi che serva dicevi…bla bla” “Mmm siamo nervosetti eh? Ti è entrato un grillo nel sacco a pelo o cosa?” “Comunque…io non sono d’accordo con il tuo discorso” affermò lei orgogliosa girandosi dall’altro lato per poi tornare ad abbracciarlo “Tu sostieni che la logica, la razionalità sono imperfette perché incomplete mentre il sentimento è. Ma questa tua convinzione non è nient’altro che un altro ragionamento logico. Ti contraddici, stai tentando di rendere razionale un sentimento…e poi come dici tu, rimane un piccolo spiraglio di critica in ogni logica attraverso il quale nasce poi un altro ragionamento sconvolgente direi rivoluzionario rispetto a quello precedente” “Rivoluzionario?…” “Volevo dare un tocco poetico” I due tacquero alcuni attimi “Beh…e quindi…non capisco il punto” “Il punto è..” ricominciò lei “Che la mia critica rappresenta proprio la rivoluzione della tua logica. Incompleta.” “Sarà..” disse lui, i due si baciarono sulle labbra “Se ci pensi tutto gira attorno a la strana volontà di ricercare sempre questa piccola apertura in ciò che appare condiviso, normale. Ecco perchè le persone camminano nelle strade e gli uomini vanno sulla luna. Non sono mica i razzi!” “Forse…comunque sai cosa?” “Cosa?” rispose lei “La tenda regge vedi, te lo avevo detto...” “Che permaloso che sei! “E…sono proprio contento di essere qui con te” disse lui “Anch’io ti amo” rispose lei.

francesco