sabato 15 dicembre 2007

se bastasse il mare

Un passo dopo l’altro, il respiro era la colonna sonora di quella mezz’ora di libertà che si prendeva ogni giorno dal lavoro. Non che durante quella corsa quotidiana non pensasse più ai suoi impegni o a come organizzare la settimana successiva ma perlomeno la aiutava a respirare l’aria fresca delle onde e, in fondo, sapeva che qualcosa si apriva in lei a ogni metro rosicchiato con fatica. La pista che costeggiava la spiaggia costituiva l’ultima frontiera con la civiltà e con la vita del cartellino timbrato in orario. Era inverno e la spiaggia disabitata forniva un panorama marron-blu che rifletteva rispettivamente la sabbia e il mare. Anche questi due colori variavano seguendo diverse tonalità dipendenti dall’alternarsi delle nuvole e dalla caparbietà del sole che a fatica spingeva per trovare un buco da cui farsi notare attraverso quel manto grigio. Non c’era mai nessuno sulla pista cosicché alle 14:45 staccava dal lavoro, si metteva la maglietta targata I’m on the wild side in tinta coi pantaloncini e incominciava con difficoltà la corsa fino al molo. Questo era dipinto di un rosso così inteso che durante le giornate soleggiate pungeva gli occhi per la sua lucentezza. Un giorno come gli altri correndo vide una colonna di fumo che si alzava piano e che per la sua lunghezza creava un vero tunnel di collegamento tra il mare blu e la spiaggia. Era un fuoco acceso sulla riva, vicino vi sedeva una persona che col vento nei capelli guardava l’orizzonte non curante delle fiamme che venivano alimentate da diversi legni che ricolmavano un grosso cesto di vimini sulla sinistra. La ragazza colta da un improvviso ed insensato senso di responsabilità deviò la sua corsa dirigendosi verso quella strana figura “Hei tu! Mi senti? “ urlava la ragazza avvicinandosi alla riva e affondando le scarpe sudate nella sabbia “Non vorrei fare la classica rompi uova ma non si possono accendere fuochi sulla spiaggia” La ragazza lo raggiunse finalmente ma quel ragazzo non sembrava prestare attenzione alla giovane che con la schiena piegata e le mani sulle ginocchia sbottava parole interrotte dalla mancanza d’aria. Anzi il giovane non curante, quasi per alimentare l’imbarazzo di quella situazione, mise un nuovo legno sul fuoco. “Hei tu mi senti? Il fuoco devi spegnerlo! Oh ma sei straniero o che? No fire, no fuego. No fiamme, guarda che ti fanno la multa!” la ragazza si fermò un secondo a guardare; il ragazzo era seduto sulla sabbia e indossava un paio di pantaloni di velluto marrone chiaro, scarpe da ginnastica con righe rosse sbiadito e un cappotto verde anche quello sbiadito ma piuttosto pesante. “Senti adesso vado, guarda che ti ho avvertito”. La ragazza ritornò camminando verso la pista che costeggiava la spiaggia, aprì il cellulare, vide l’ora e lasciò perdere pensando alla presentazione da preparare per dopodomani. Recuperò le forze rimaste e riprese a correre. “Chissà chi era quel tipo, certo che ce n’è di gente strana al mondo, poi pensa che giramento di uova stare lì a guardare il mare” pensava la ragazza nella vasca qualche ora dopo mentre si lavava via lo smog, lo sporco. Magari anche l’ansia fosse affiorata sulla pelle, sarebbero bastati due colpi di sapone per lavare via lo stress. Il sole splendeva e il cielo blu alimentava il forte contrasto tra i due soliti colori che facevano da sfondo alla sua corsa. Era arrivata un po’ in ritardo, incominciò a correre, come detto i primi dieci minuti erano i peggiori infatti le giunture delle ginocchia non ancora calde producevano un doloroso scricchiolio che arrivava fino ai polpastrelli delle giovani dita dei piedi. Ancora una volta apparve quella colonna di fumo e con lei quel personaggio. “Hei ti ho detto di spegnere questo fuoco! Guarda che passano a controllare anche se è inverno”. La ragazza si sedette esanime in prossimità del ragazzo, poi distese la schiena sulla sabbia prendendo grandi boccate d’aria con le gambe all’aria per permettere al sangue di circolare libero sfruttando la forza di gravità. “Certo che non sei uno di tante parole tu, cos’è ti sto antipatica? Vivi qui? Sei nuovo?”. La ragazza si mise a fare un po’ di stiramento iniziando quel colloquio senza controparte solo per farsi compagnia “Insomma…bello il mare. Visto che è l’unica cosa che guardi deve proprio piacerti, in effetti è proprio uno scenario come dire innovativo. A me piace ma solo quando corro. Sai io corro sempre qui in inverno, in estate è pieno di bambini, urla e palloni che volano, non fa per me”. Il ragazzo scrutava imperturbabile la distesa blu, le parole della ragazza infatti non scalfivano l’armatura del suo sguardo. Ogni tanto metteva un nuovo legno sul fuoco ma questo non presagiva nessuna intenzione di interagire con la giovane. La ragazza continuava a visitare ogni giorno il giovane e il suo amico fiammante, mentre stirava i muscoli si raccontava “Io mi sono rotta di questi uomini pieni di se sai? Certo non parlo di te eheh. No, non ce la faccio più di tutti questi Io, cioè Io ho fatto, Io ho visto ecc. no veramente basta. Poi si può vivere bene anche da soli cosa dici? Ah è vero tu non dici, beh sicuro che non hai conquistato molte donne con la tua loquacità comunque chissà magari non sei sempre stato così. Magari anche tu hai amato e perso, magari…”. La ragazza finito il suo stiramento ciondolava sempre ancora un po’ attorno al giovane, in fondo le piaceva parlare con se stessa. Attraverso quel solitario piromane di mare si stava accorgendo di com’era veramente vestita la sua coscienza e a dirla tutta non le piaceva molto. Ne risultava una ragazza insicura, il più delle volte falsa di fronte ai propri sentimenti e piuttosto arrivista. Tornava a correre ogni giorno ormai si alimentava di quei cinque minuti, aveva provato a parlare col muro o con altri oggetti ma niente come quel fuoco e il suo fautore riuscivano ad aprirla e ad estrarre le sue vere confessioni. In un giorno di nebbia ed umidità correndo si diresse come sempre verso il barlume luminoso e come sempre incominciò a stirarsi le gambe “Insomma ieri ero al lavoro e sembra che mi trasferiscano in città a capo della nuova sede. Sono veramente contenta anche se ho dei dubbi. Sai c’è questo nuovo tipo che ho conosciuto e mi piace, non mi pare giusto buttare tutto al vento per uno stupido lavoro con un po’ di autorità in più, tu cosa ne dici?” in lontananza si sentiva solo lo scrosciare solitario delle onde “Si anch’io la penso così. Lascio perdere il lavoro. In fondo io non sono una tipa da città a me piace l’aria pulita, le corse insomma meno gente c’è meglio è. Va beh ciao bello ci vediamo domani”. Dopo quell’ultimo incontro la ragazza non si fece vedere per un bel po’, il giovane seguiva comunque ad accendere il suo fuoco circondato da acqua e sabbia come se il suo compito non fosse ancora terminato. Un giorno di primavera come gli altri, dopo diversi mesi, lei si fece rivedere in abiti diciamo così civili, non sudata sembrava si fosse goduta una piacevole passeggiata durata una stagione intera. “Sapevo che ti avrei incontrato ancora qui; no non scomodarti a salutarmi, sapevo che ti ero mancata” ironizzava la giovane avvicinandosi e sfregandosi le mani, piano si sedette “Certo che tu non molli mai sei proprio una roccia, ma per chi lo accendi se neanche ti scaldi? Poi ormai siamo in primavera”. La ragazza stette un attimo in silenzio guardando l’unico scenario possibile “Sai quel tipo di cui ti parlavo, insomma le cose non sono andate tanto bene. Così adesso sono al punto di partenza. Non capisco a cosa mi è servito crescere, fare tante esperienze se poi quando mi sembra di essere felice sento che in fondo mi manca qualcosa.”. La ragazza con un gesto quasi automatico mise un altro legno sul fuoco tanto che le fiamme incominciarono ad alzarsi, il giovane rimaneva come sempre impassibile “Sai…forse hai ragione a stare qui in silenzio e ad accontentarti di poco. Io parlo un sacco, corro, faccio mille cose tanto che non ho mai abbastanza tempo per niente e alla fine ritorno sempre allo stesso punto qui con te che non parli perché in effetti non c’è niente da dire. In fondo, faccio quello che fai tu ma molto peggio eheh…se bastasse il mare per essere felici, tu saresti veramente un re”. Dagli occhi della ragazza fioccò qualche lacrima, mentre il ragazzo accennò un sorriso, le diede un bacio sulla guancia e si incamminò fischiettando verso la civiltà. La ragazza confusa non osò fermarlo e, in effetti, non avrebbe nemmeno voluto farlo. Non lo rivide mai più ma promise a se stessa di tenere vivo quel fuoco fino a che ce ne fosse stato bisogno.


francesco

domenica 2 dicembre 2007

Stavoli jof (o meglio lo Stavolo che non c'è)

1. Prendete una macchina! (come me) e dirigetevi verso la ridente comunità di Borgo Oncedis, 2 Km da Alesso comune di Trasaghis. Uscita di Gemona-Osoppo dell'autostrada Udine-Tarvisio

2. Poi prendete un amico (come questo bel manzone carnico, in effetti forse è meglio un'amica) e da Oncedis incamminatevi lungo il sentiero numero 840.

3. Camminate seguendo le indicazioni per la Malga Almuna. Dicono 2 ore di cammino, "Ma no quelle sono per i camminatori della domenica" diceva quell'amico con tono polemico. Noi ci abbiamo messo 2.15 circa. Regolatevi.

4. Seguite le indicazioni (ben fatte) e troverete una strada bianca. Seguitela e seguitela poi ariverete ad un bivio li non seguite più le indicazioni per la malga ma per gli Stavoli Jof. Non fate come l'amico sopra raffigurato, resistete alla tentazione anche se sò che è dura.

5. Quando scoprirete che gli stavoli non esistono scalate il monte soprastante e....godetevi il panorama a 300 e fischia gradi. Non fate foto tanto le ho fatte io!

6. Fate fuoco e abrustolite un pò di pane. Fate come noi zuppa e vin brulè. Poi tutti a ballare agli Stavoli.

7. Fate qualche foto col vostro amico o semplicemente usate questa e una volta tornati a casa incollate le vostre facce.

P.S. Scendete ma non dimenticatevi l'amico, è un tenerone se rimane solo diventa triste.

francesco

giovedì 29 novembre 2007

Lago di Selva. (eh?)


































Allora poco tempo fa, visti gli scarsi risultati lavorativi ho aperto la cartina del mio amato Friuli e ho deciso di visitare questo lago. Lo sconsiglio a chiunque abbia tendenze depressive in quanto potrebbe cadere nella tentazione di lanciarsi dalla diga lì presente, io ero andato con l'intenzione di farlo ma poi era così triste che piuttosto avrei buttato giù la diga. Comunque se siete friulani e sprizzate allegria tanto da non poter stare fermi organizzate un bel pic nic sul lago di selva, tristezza assicuarata tutto l'anno. Tutto lo scritto sotto era estremamente noioso (ingenieri..), ma ciò messo il mio tocco quindi leggettelo (economisti..).

Come raggiungere la diga


Prendete la macchina (non esistono corriere da quando l'ultimo autista si è fermato lì ed diventato de facto il custode della diga, la corriera è ancora lì. In realtà i passeggeri sono diventati la ridente comunità di Selva. Sperano un giorno di tornare dai loro cari, chiudete bene la macchina quindi e non parlate con nessuno di nessun altro argomento che non sia la diga. Altrimenti si ricorderebbero che esiste un mondo al di fuori del lago e ciò renderebbe le cose un pò difficoltose) e andate verso Spilimbergo, poi Maniago e quindi via in allegria direzione Faidona. Passato l'abitato si proseguite per Chievolis (dove si trova la centrale alimentata direttamente dalla diga) da cui si svolta verso la vallata in direzione sinistra (attenzione a non andare verso Inglangna se no veramente non tornate per cena), da qui si prosegue diritti per una strada asfaltata (insomma asfaltata) fino a raggiungere il bivio presso l'abitato di Selva. Per raggiungere la diga bisogna svoltare a sinistra e dopo pochi metri ci si trova nei pressi dello sbarramento, ripeto lo Sbarramento. Girando a destra al bivio si prosegue invece per la diga di Cà Zul (ecco qui andateci solo dopo che siete sopravissuti in salute alla esperienza "Selva", non strafate anche perchè vi descrivo, così per buttarla lì, la strada per quest' altro magnifico specchio d'acqua verde natura. Insomma, girando a destra per la strada principale si raggiunge l'imbocco di una galleria. La galleria in questione non è altro che un traforo su roccia viva, rettilineo di lunghezza di circa 1,5 km e non illuminato. La larghezza della galleria consente il passaggio di un solo veicolo per volta, ma all'interno di esso è presente uno slargo che dovrebbe consentire l'avvicendamento di due mezzi, o farvi girare la macchina per tornare indietro a 550 all'ora urlando "amo la vita!". Le infiltrazioni d'acqua sono tali da dover utilizzare spesso il tergicristallo. Poco dopo la prima galleria ve nè un'altra con le stesse caratteristiche e lunghezza e al termine di questa l'agognata diga. Guardate la foto in bianco e nero intitolata Galleria di collegamento per capire di cosa si tratta. Nei pressi della diga sono presenti alcuni spiazzi per parcheggiare. Strada da percorrere, circa 4 Km in auto). Lo spazio di parcheggio migliore è sopra la diga, tra le paratoie degli scarichi di superfice e il coronamento (lasciate un uomo di guardia per sicurezza, ah portate qualcuno a cui magari non volete tanto bene, lui capirà). Durante il ritorno, poco dopo Selva, appena girata la montagna, direttamente sulla strada, si può identificare chiaramente (io non l'ho vista) la cava dalla quale è stato estratto il materiale per la costruzione della diga.

Descrizione dell'impianto.

La storia degli impianto della valle del Meduna sono legato a doppio filo alla storia dello stabilimento industriale di Torviscosa. L'impianto di Cà Selva era stato costruito per fornire di elettricità lo stabilimento Soda Cloro che con la fine degli anni 50 aveva aumentato notevolmente la sua produttività.Le acque dello sbarramento di Cà Selva vengono sfruttate dalla centrale di Chievolis. L'impianto di Cà Selva è sicuramente uno dei più belli del Friuli (questo lo dici tu pazzo ingeniere elettrofilo, chissà quante specie di api non hai massacrato spalmando cemento come burro. Dovevi fare il cuoco, altro che usare le valli come teglie per i tuoi pastrocchi). Lo sbarramento impressiona sia per l' altezza che per la lunghezza del suo coronamento (altezza 110 metri). La diga in superfice, è dotata solamente di scaricatori con paratoie situati sul lato sinistro della diga. Interessanti gli scivoli dello scarico che partendo da ciglio diga arrivano fino a fondo valle (sembrano quelli dei parchi acquatici!). Lo scarico di fondo è situato sul lato destro della valle ma il suo scarico a valle non è chiaramente visibile. La presa per la centrale è situata sul lato sinistro della valle poco distante dalla diga. Come aneddoto, il custode (io l'ho conosciuto!!) della diga ci ha raccontato che quando si apre lo scarico di fondo, trema tutto, diga compresa (quando succede a Selva fanno la sagra si chiama "Selva-ggiamente aperti" da non perdere).

francesco

mercoledì 28 novembre 2007

a colloquio. Parte II: per aria

ecco la continuazione....

Tantissima luce e un caldo da scoppiare come un palloncino rosso che sale troppo in alto. Più che la luce però, aprendo gli occhi si accorse che qualcos’altro gli mordeva la pelle; un’umidità pungente trascinata dal vento stava penetrando fin nelle giunture ossee. Si alzò ed era nel bel mezzo di un deserto, il Prof. era in piedi che scrutava qualcosa di indefinito col suo monocolo “Sei proprio un pivellino ti sei addormentato subito e ti sei perso la parte migliore del viaggio, comunque ho scelto una zona di atterraggio estremamente efficiente, sono troppo bravo! Ah questa volta ce la faccio” commentava da solo il docente “A fare cosa? E poi che ci facciamo qua? Scelto un posto per l’atterraggio? Prof. mi dica qualcosa non ci capisco niente io vengo a colloquio e lei mi porta in questo, cos’è poi questo posto?!” sbraitava Alessandro che subito si zittì vedendo che si trovava nel bel mezzo di un deserto innevato, montagne, ghiacciai acque blu scuro a ovest mentre subito dietro di lui una foresta altissima con alberi dai centocinquanta ai duecento metri. C’era un sacco di neve ed era calda! Ma le sorprese non erano finite si sentiva, infatti, un sibilo lontano, acuto sempre più sottile e penetrante mentre nel cielo si profilava una sagoma di un oggetto con ali da Boeing e con tanto di lucette e rotori. Aveva venti forse trenta metri di apertura alare. Alessandro sgranò gli occhi, faceva fatica a crederci in realtà non si trattava di un Boeing ma di una tigre con le ali! L’essere sfrecciò sopra gli avventurieri spostando palate d’aria e ruggendo così forte da far cadere i due a terra. Alessandro si alzò mentre il Prof. disteso con la pancia all’aria faceva proprio ridere “Prof. cos’era quello!?” Il Prof. sbuffando e mettendosi la pancia a posto urlò “Non è tempo di domande ragazzo! Corri” “Ma io….” Il ragazzo si zittì ancora a voltandosi vide una grande massa scomposta di individui tutti diversi che correva all’impazzata alzando un gran polverone di neve scottante. Alessandro attonito scrutava quegli esseri avanzare quasi incantato. C’erano alcuni che avevano facce a forma di triangolo colorate di una tinta verde con lineette viola sul collo che si propagavano in tutto il corpo scoperto formando parabole che crescevano esponenzialmente poi all’esterno della persona stessa. Altri il cui naso mutava continuamente sia nelle tonalità che nelle forme. In prima linea si distingueva un gruppo velocissimo che usava solo in parte le gambe, infatti gli individui di quel drappello reggevano una lunghissimo bastone; come i più grandi saltatori d’asta iniziavano una corsa, piantavano il palo nel terreno e volavano macinando metri e urlando al vento cose del tipo “Akbar aka ghnamn foner!”. Alessandro, vista la situazione seguì il consiglio del Prof. e si mise a correre a più non posso dietro il suo goffo mentore che mantenendo una mano sul cappello da pescatore lanciava le gambe in avanti. Facendo quel movimento disarticolato stile merlo il docente si muoveva ma procedeva comunque lentissimo tanto che Alessandro decise di portarlo in groppa. Una volta in spalla il Prof. si mise a gesticolare brandendo la mano indicava direzioni e dava consigli allo studente che comunque non capiva e intanto sprizzava sudore. Il povero ragazzo che doveva essere a cena per le otto si trovava in un deserto di neve calda a cacciare una tigre di linea col suo Prof. inseguito da personaggi a quattro dimensioni, quella situazione aveva definitivamente un qualcosa di surreale. La tigre alata era fuggita nella foresta e i due universitari, avendo molto vantaggio su gli altri, la raggiunsero per primi: entrando tutto si fece silenzio. Il Prof. estrasse dal suo zaino anni 30’ un fucile con una canna montabile lunghissima forse quattro o cinque metri “Prof. io non ne posso più, adesso mi siedo qui e non mi muovo finché lei non mi spiega chi sono quei personaggi là, che cos’è quella roba che vola e perché mi ha trascinato in tutto questo!” “Certo che sei proprio un tarlo tu…sarò breve che non abbiamo tempo. Ogni anno più o meno nello stesso periodo ci raduniamo io ed alcuni appassionati e organizziamo la cosiddetta caccia alla tigre motoalata. E’ bello si incontrano tanti vecchi amici si fa festa e si vince un premio, tu sei giovane, forte e anche se non sembra sei intelligente. E’ un po’ come la caccia della domenica al fagiano coi cani, con la variante che qui è sempre domenica non c’è il fagiano e tu sei il mio terrier!” “Che bello grazie, adesso si che sono sollevato” rispose Alessandro sarcasticamente “In effetti tutto torna, tralasciando il fatto che in questo posto ci si arriva con un ascensore che parte dalla sua scrivania, che i suoi amici sono verdi e che questa tigre ha delle ali con i motori. Prof. voglio tornare a casa se lo cacci da solo il suo predatore 747” diceva Alessandro ormai in preda alla disperazione “Senti se vuoi veramente tornare a casa non mi annoiare con le tue panzanate e aiutami. Dammi una mano con questo arnese, sai per una tigre grande ci vuole un fucile grande”. Alessandro sconsolato si accorse che non aveva molta scelta quindi aiutò il Prof. a montare il fucile. Questo arnese era talmente lungo che i due dovevano reggerlo rimanendo in fila indiana, camminando con passo felpato si misero a cercare la tigre in silenzio. A ogni passo qualcosa scricchiolava, dentro quella foresta avvolta da un silenzio così profondo appunto ogni piccolo rumore nato dal movimento dei due subito riempiva la totale mancanza di suono. Attorno gli alberi erano così alti che non si capiva se avessero una chioma là in cima o se, in realtà, esistesse solo un tronco spelacchiato. In ogni modo, dopo un lungo cammino senza direzione il Prof. si fermò fece un cenno e si abbassò, i due sistemarono il fucile e guardarono oltre i cespugli. La tigre era lì a pochi metri e si stava leccando le ali metalliche in riva a un lago d’acqua blu scurissimo, dopo un pò quasi non si fosse accorta dei due si mise a bere. Continuò a bere e a bere e a bere tanto che tra un glu e l’altro prosciugò quasi tutto lo specchio d’acqua. Poi si prese un attimo e si guardò attorno con le zampe sul panciotto peloso, con gran discrezione lanciò un rutto potentissimo proprio nel momento in cui il Prof. inquadrata la testa dell’animale stava premere il grilletto. Il vento fortissimo piegò gli alberi lanciò per aria il professore che sparacchiando nel vuoto sembrava un pallone beige col cappello, anche Alessandro non riuscendo ad aggrapparsi alla pietra volò in aria fino a che cadde lontano su una duna di sabbia. Disteso sul quel soffice manto vide la tigre alata volare verso est “Questo cielo è proprio di un blu bellissimo”. Alessandro si stava godendo quel magnifico attimo di delirio dovuto alla caduta chiuse gli occhi ma d’improvviso tornò in se. Si alzò pulendosi la sabbia dai pantaloni sgualciti, tutt’attorno c’erano solo pietre e un deserto sabbioso senza palme, lo studente cominciò a tremare dal freddo e subito si ricordò che lì i deserti funzionavano al contrario. Il sole sulla sua testa produceva quel gelo pungente che gli ricordava le buie notti d’inverno a cui era abituato il ragazzo quando ritornava a casa per le vacanze. Alessandro non sapeva dov’era il Prof., invece di volare a casa per cena era volato in un altro deserto e come se non bastasse stava congelando. Arrancava abbracciandosi per recuperare un po’ di tepore, camminò per ore ma il sole non accennava a scendere “Magari” pensava lo studente con amara ironia “Visti i precedenti, sorge una luna torrida”. Comunque tutt’un tratto vide da lontano fuochi, tende, sentiva fisarmoniche o almeno così sembrava si intravedevano comunque diverse persone che cantavano e ballavano. Si avvicinò con gran gioia e si accorse di essere nel bel mezzo dell’accampamento degli amici del Prof. che un po’ alticci grigliavano carni blu e bevevano vino terrestre!. I corridori con l’asta si allenavano ubriachi e svolazzando di qua e di là cadendo sulle tende, sulle griglie e sulle persone stesse provocando danni incalcolabili. “Avete visto un uomo che si fa chiamare il Prof., beige, pancetta, baffetti sulla cinquantina?” domandava a tutti Alessandro “Akar garwe juoglwer!” rispondevano gridando gli altri. Alessandro si stava chiedendo se quella gente fosse un pochino arretrata visto che tutti rispondevano ad ogni domanda dicendo “Akar garwe juoglwer!” e aspettando una risposta, poi quasi scocciati dalla mancata comunicazione se ne andavano sbraitando “Akar garwe juoglwer!. “Basta” pensò Alessandro “Adesso mi siedo vicino al fuoco, mi scaldo e la smetto di girare a vuoto. Dormo un pò e quando riaprirò gli occhi sentirò di nuovo quell’odore di polvere della moquette, aah l’odore di polvere quanto è buono e fragrante. Sarò di nuovo a lamentarmi per il colloquio e per i miei voti…” Alessandro si addormentò e si accorse che i sogni in quel mondo dove il sole non calava mai erano estremamente reali. Sognò di volare tra le nuvole assieme alla tigre alata, anzi in groppa alla tigre e di respirare libero quell’aria così intensa, peccato che la tigre dicesse solo “Akar garwe juoglwer!” ma Alessandro ovviò quel fastidioso dettaglio e si godette il suo volo in prima classe con vista panoramica. “Svegliati aiutante delle mie scarpe!” urlava il Professore gettando secchiate di acqua blu scuro in faccia allo studente. Alessandro si svegliò maledicendo il suo ritorno a la realtà, se così si poteva chiamare. Si asciugò la faccia e subito si accorse che non aveva più freddo qualcuno infatti gli aveva infilato un enorme cappotto di pelo, al collo portava collane d’oro massiccio piuttosto leggere che avevano la forma di denti di tigre, occhi di tigre e altre cianfrusaglie simili. C’era tutt’attorno un gran movimento, i festaioli stavano sbaraccando le tende e spegnendo le griglie in gran fretta quasi tutti correvano nella stessa direzione “Dai pipinotto muoviti, prendi il fucile e montalo. L’hanno avvistata in un canyon a pochi silometri da qui dobbiamo correre un amico ci da uno strappo”. Alessandro seguì il Prof. questa volta con motivazione aveva capito che l’unico modo per uscire da quella situazione era fare fuori quel animale bimotore. Il Prof. parlò con un essere molto minuto che indossava un cappello di forma piramidale al contrario; i conoscenti scambiarono due parole (sempre quelle “Akar garwe juoglwer”) e accordarono il viaggio. Il Prof. aveva trovato un mezzo di trasporto. Questo “amico minuto” infatti possedeva una mongolfiera anch’essa a forma di piramide al contrario in tinta e direi “in forma” col cappello, al posto della comune cesta però i tre si sedettero in un specie di grande tazza da the tipo quelle delle giostre che girano su se stesse. “Chiaro!” pensò Alessandro con ironia “Non poteva essere una normale mongolfiera con la classica cesta in vimini troppo retrò vero…?”. Il Professore non curante una volta in alto si mise a scrutare quel deserto sabbioso col suo monocolo, tutt’un tratto lo stesso sibilo ormai conosciuto si avvicinò all’improvviso. Attorno si erano alzati in volo gli altri concorrenti e lo avevano fatto in maniera a dir poco alternativa. Vi erano alcuni che con grosse catapulte si facevano lanciare da terra a gran velocità e armati di retino gigante speravano di acchiappare il peloso animale. A questi facevano concorrenza i conosciuti saltatori d’asta che con bastoni ancora più lunghi svolazzavano urlando sempre “Akar garwe juoglwer” questi, al contrario, si affidavano alle loro nude mani per tentare di stritolare la preda. Si distinguevano inoltre mongolfiere, aerostati a forma di teiera o caffettiera ma nessun altra tazza. La tigre scansava tutti spostando, come al solito, grandi masse d’aria tanto che sia i saltatori d’asta e i catapultati mancavano l’obiettivo deviando la loro parabola e finendo urlanti con relativo eco tra le crepe dei profondi canyon sottostanti. La tigre passò poi vicinissima alla mongolfiera e con i suoi rotori fece sobbalzare tutta la tazza da the, Alessandro cadde a terra e rialzandosi cercò l’equipaggio. Trovò subito il minuto amico che era rotolato al suo fianco mentre quel bonzo del suo docente era sparito! Dal basso si sentivano grida così forti che Alesando si sporse “Prendi questo brutta bestiaccia a gasolio!” Il Professore era sospeso nel vuoto tre metri sotto la tazza, era rimasto agganciato alla mongolfiera con un corda che teneva in una mano mentre con l’altra reggeva il suo fucile dalla lunghissima canna. Da là sotto lanciava maledizioni e sparava, i colpi erano in realtà grandi chewing gum rosa estremamente appiccicosi e adatti alla cattura dell’animale. La tazza da the, intanto, viaggiava inclinata visto che quella palla beige era ancora agganciata spostava tutto il peso dalla parte destra, l’aerostato stava lentamente perdendo quota “Prof. la smetta di fare l’eroe torni su! Qua ci schiantiamo!” Il Prof. già non c’era più, il suo momento da eroe circense aveva dovuto fare i conti con le troppe grigliate di carne blu e le deboli braccia frutto di un lavoro da intellettuale. Alessandro in preda al panico vide ancora una volta il suo docente cadere come un pallone in mezzo al mare provocando un mini tsunami mentre la tigre già volava via libera in direzione opposta. La mongolfiera perdeva quota “No ancora un volta no…hei tu!” urlava Alessandro all’amico minuto “Fai qualcosa riportala in quota, per dio stiamo precipitando!” Il proprietario dal bizzarro cappello piramidale guardava Alessandro e urlava sparando gli occhi fuori dalle orbite come palloni “Akar garwe juoglwer!”. Come niente fosse si lanciò anch’egli nel vuoto. “Ecco ci mancava solo questa, d’ora in poi ti tieni il voto che hai e non vai più a colloquio” pensava lo studente. Alessandro chiuse gli occhi, si tappò il naso e ormai solo lasciò quella strana piramide volante tuffandosi nel mare blu scuro sottostante evitando così lo schianto. L’acqua era dolcissima e densa sembrava di nuotare nel miele, subito si tolse il cappotto di pelo e le collane. Stanchissimo lo studente nuotò fino alla prima spiaggia, era vivo e ancora una volta disteso e fradicio guardava il cielo blu intenso: voleva quella tigre, voleva tornare a casa.

francesco

mercoledì 14 novembre 2007

cuore biscottato

Questa è la storia di un salame che non era come gli altri. Da quando era nato nel suo primo frigo nido tutti gli altri salami lo avevano sempre preso in giro. Loro infatti erano tutti grassocci, pieni di insacchi e rossi di carne cruda però lui era diverso, infatti, era un salame di cioccolato. Nessuno gli aveva mai detto che fine avessero fatto i suoi genitori o perché dovesse vivere quell’esistenza così fredda priva di alcune figure importanti come ad esempio gli zii, i cugini o i fratelli. Di amici ne aveva tanti e tra quelli era sempre andato d’accordo con i piselli surgelati che chiamava con affetto “Pises” mentre loro di rimando lo apostrofavano con il sopranome “Ciocchi”. A Ciocchi piacevano i suoi amici Pises (erano tanti quasi 1000 e tutti verdi pisello) primo perché fatta una battuta ridevano tutti quanti avendo lo stesso senso dell’umorismo, era troppo spassoso! Secondo, perché erano quelli buoni non di marca e quindi essendo più genuini capivano meglio le emozioni di quel salame così solo. “Insomma ragazzi io non ne posso più di tutti questi insulti, che cosa vogliono da me quei sacchi di grasso. Ho capito sono dolce e non salato, marrone e non rosso, biscottato e non ripieno ma anch’io ho il diritto di essere un salame come gli altri!” diceva Ciocchi ai Pises che rispondevano all’unisono “Lo sappiamo e crediamo che alla fine tu ti senta solo. Sai noi non siamo mai soli viviamo sempre tra nostri simili, comunque ti abbiamo procurato una teglia di sola andata per un frigo in periferia. Potresti andartene per un periodo cercare i tuoi simili, tornare con loro e fare vedere a quei porchi che razza di salame sei!”. Ciocchi prese la teglia e tornò nel suo angolino, guardando il ghiaccio si immaginò un mondo di cioccolato dove nessuno era discriminato. Stanco si mise a letto rimboccò la carta velina e dormì con la speranza che ormai riempiva il suo cuore biscottato. Il giorno dopo, Ciocchi, tornando dal lavoro (per il quale si faceva letteralmente a pezzi) incontrò sulla via per il frigo i “Lupi” ovvero la banda dei 13 peggiori salami carnuti che sempre lo sbeffeggiavano. “Allora zuccherino? Sei stato a trovare i tuoi amici Bignè, quelli tutti carini pieni di panna e un po’ dell’altra spiaggia? Non sei degno di chiamarti salame, perché non te ne vai a quel congelatore!?” Ciocchi non rispondeva ma col cacao negli occhi continuava a camminare, intanto però, quei bravi avevano già preparato il loro vile assalto lanciando uova a pioggia sul dolce salame che spinto dal peso cadde di faccia sul pavimento umiliato nel profondo. Rimase qualche attimo in quello stato ricoperto di tuorli e proprio in quel mentre quasi si fosse creata una connessione più potente del tempo e dello spazio si rese conto che esistevano tanti suoi simili, chiudendo gli occhi riusciva a vederli a sentirli; le loro voci i loro sentimenti, anche loro cercavano compagnia, giustizia e gli davano forza, era bellissimo. Ciocchi si rimise in piedi più potente che mai, i bravi continuavano a tirare tuorli che si fracassavano sul suo corpo marrone, lui però forte di quella speranza ritrovata continuava a camminare verso i suoi nemici “I tuorli sono inefficaci! Ragazzi lanciatene di più grossi, arretriamo!” gridavano alcuni ungheresi mentre altri pieni di paura scappavano via sbraitando “Quella cosa non è un salame di cioccolato, è un MOSTROOO”. Ciocchi recuperò alcuni dei suoi biscotti più fedeli e li lanciò con estrema precisione sbaragliando il nemico che ormai cadeva vinto e ripieno di pasta frolla. Poi, gravemente ferito dai tuorli che contagiavano il suo sangue zuccherino arrancò dai Pises, i quali lo raccolsero svenuto sulla soglia del freezer. Ciocchi riaprì gli occhi a fatica “Dove sono? Cos’è successo?” “Hai fatto fuori tutta la banda dei “Lupi”, sei arrivato fin qui in fin di vita ricoperto di tuorli, c’era il rischio di una embolia zabaionica ma ti abbiamo salvato.” risposero i Pises “Cosa avrei fatto io?!? Ma come avrei potuto? Quelli sono dei duri e io sono un dolce per la miseria!” “Beh Ciocchi ti raccontiamo la verità per quanto strana. Comunque ti stanno cercando ti abbiamo nascosto qui ma devi andartene al più presto”. Giorni dopo Ciocchi si riprese, raccolse la sua nuova teglia e al tramonto, sfruttando la luce soffusa, lasciò la casa “Sai già dove andare?” gli domandarono i Pises “Sì, questa ingiustizia deve finire, cercherò i miei simili e ci riprenderemo ciò che è nostro”. Ciocchi varcò la soglia e si sentì solo ancora una volta, nascondendo qualche lacrima caramellata, se ne andò col sole arancione senza voltarsi.

francesco