domenica 1 giugno 2008

momenti di gloria

Mette a posto le sue carte, fa ordine sulla scrivania. Spegne il computer “Maledetti aggiornamenti, proprio adesso...”. Aspetta diversi minuti, con impazienza fa tutte quelle cose che non si fanno mai tranne quando si aspetta che qualcos'altro non dipendente da te venga fatto. Sistemati anche gli aggiornamenti si pulisce la fronte con la mano, e via di corsa, rimbocca la giacca e le marce della macchina. Prima, seconda, terza e poi di nuovo seconda perché bisogna risparmiare benzina. Niente traffico, nessun ostacolo sulla via di casa. Parcheggia la macchina, “Sono a casa, mi lavo e scappo” esclama con impazienza “Com'è andata al lavoro? Ma dove vai?” domanda la moglie. Non risponde accenna qualcosa. Si lava con cura intanto l'emozione sale dalle punte dei piedi fino alla radice di capelli ormai così radi. “Cinquant'anni e mai una volta che si riesca...” pensa con un pizzico di malinconia “Ma stasera forse...” Si mette la tutta, bacia la moglie con impazienza, apre il cofano dell'auto e con sospetto nasconde qualcosa di lungo e smontabile, riparte. Parcheggia al bar prescelto, incontra i suoi amici. “Ci siamo, avete portato tutto?”. Non c'è da preoccuparsi sapeva di potersi fidare, intanto pensa “Abbiamo fatto il possibile, non ci resta che aspettare..”. Entrano nel bar in fila indiana.

Si toglie la divisa, si guarda allo specchio, la pancia cresce, mentre il portafoglio cala. In fondo anche le diete senza successo costano. “Questa caserma cade proprio a pezzi, non ne posso più” pensa. Nasconde alcuni vestiti in un sacchetto di plastica. Chiude l'armadietto, va di fretta, saluta tutti con un cenno. Chiude il portone e lascia le chiavi del camion cisterna nel solito posto. Esce e aspetta l'amico impaziente “Sempre in ritardo, neanche oggi e sì che ne abbiamo parlato, porca..”. Accende una sigaretta, poi un altra, poi non ne ha più quindi cammina su e giù per far circolare la nicotina più velocemente. E' arrivato, fortunatamente ha portato il necessario in un contenitore rettangolare nero. Risparmia le solite polemiche, saluta apre la macchina e fa accomodare l'amico. Poi si mette i vestiti del sacchetto urtando specchietto, volante e cambiando marcia. “Sono pronto” si mette alla guida e partono. Si fermano, parcheggiano e entrano nel bar scelto ormai da mesi. Si siedono, era da tanto che aspettavano questo momento. Si guardano negli occhi, c'è una forte intesa sono consapevoli che tutto andrà per il verso giusto, si percepisce voglia di rivincita. Sotto voce gli dice “Ci siamo..”. L'amico apre la scatola rettangolare.

Finisce di scrivere, chiude il computer. Il bar è lontano, si mette in macchina, è sempre il ritardo. Come da copione imbottigliato in tangenziale “Proprio oggi..” pensa tra se. Tre chiamate perse sul cellulare e un messaggio “Ti stiamo aspettando, vedi di non arrivare tardi proprio oggi..”. Vista la situazione mette un fazzoletto bianco sul finestrino, suona il clacson, in fondo è un'emergenza! Prende la corsia di emergenza e rischia la patente. Arriva sgommando la bar, in ritardo, dopo aver pagato la multa della polizia autostradale. Comunque vada al piano della serata bisognerà sottrarre centocinquanta euro. Non trova parcheggio, “Il marciapiede serve proprio a questo” pensa. Entra nel bar ansimante, i suoi amici lo aspettano seduti con aria di sfida. Lo aiutano a scaricare un grosso lenzuolo, arrotolato alla buona che da lontano sembra sporco di rosso. Rientrano nel bar. Evita di scusarsi fa il superiore, d'altronde non c'è motivo di sprecare fiato è quasi ora...

Apre il libretto, controlla i suoi voti “studio ancora cinque minuti e poi basta..”. Studia un minuto ed è subito in strada a camminare cercando disperatamente un bar dove rifugiarsi nella speranza di trovare qualcuno con un po' di speranza. Apre la porta del bar e vede un sacco di gente. Tutti sembrano aspettare un accenno per scatenarsi. Si sente un fischio, viene dalla televisione. Alla destra si vede un uomo piuttosto rotondo e comico con maglietta e calzoncini della nazionale vicino a un amico che estrae da un contenitore rettangolare una tromba che subito spara in aria l'inno nazionale. In fondo un gruppo di giovani cinquantenni capeggiati da uno sbandieratore ordinano birre e se la ridono di cuore. Vicino un gruppo di tifosi urlanti sfoggiano uno striscione da stadio con scritte rosso brillante “Bacco, tabacco e nazionale!”. Si siede da solo, ma non importa si sente in compagnia e dimentica gli studi. Sorride, intanto alla televisione una voce ripete “L'Italia calcia il primo pallone degli Europei di calcio 2008..”


francesco

lunedì 12 maggio 2008

il cammino di!

C'era una volta un giovane ragazzo di nome Marco che volle mettersi alla ricerca di un luogo sperduto tra le ruvide rocce carniche. Un luogo dove la vita assume forma di pura luce e dove la speranza trova alloggio tra i muschi dei freschi alberi senza età. Quel luogo già chiamato dagli antichi "Fornelli di Sopra" viene ricordato ora come "Forni di Sopra"...

Invano il ventriteis nonno di Marco
Von Giovannis de Tulmieccis lo aveva cercato rimanendo però disperso tra le nevi e i ghiacci (alcuni credono che sia ancora vivo ma che la natura lo abbia trasformato in un orso giallo)

Camminando sperduto Marco incontrò nei boschi un altro ragazzo molto audace e determinato che condivideva lo stesso sogno di ritrovare quel paradiso perduto, lui si chiamava Gabriele...

Questo giovane moretto seguiva le tracce del suo ventunis nonno
Von Francescov de Risanchis. Anche lui invano aveva tentato di ritrovare "Forni di Sopra" ma non si avevano avute più notizie....

Inutile dire che i due divennero subito amici e compagni di viaggio. Promisero di sacrificare anche la vita (di quell'altro) per scovare il magico sentiero nascosto per "Forni di Sopra".

Dopo diversi giorni di cammino i due avevano già affrontato molte insidie e tempeste...

...ma con l'intuito di uno..


...e la simpatia di quell'altro...

..cominciarono a intravedere qualche segno di speranza!

Fino a che, dietro un albero caduto, apparve davanti a loro la tanto ambita valle di Forni di Sopra...

..to be continued..
francesco

P.S.
Back stage...

domenica 23 marzo 2008

io sono l'Africa

“Dove vai?” “Dove andate voi, o almeno per un po’, eheh facciamo fino alla svincolo” “Dai sali, bambini fate posto, più in là, più in là…dai che lo zaino non ci sta!” “Ma papi Giu mi da i pizzicotti! Io non mi metto vicino a lui…” “Dai forza, come ci si comporta? Veloci…ecco. Siediti pure, devi avere un po’ di pazienza. Ragazzi, lo zaino state attenti, Terri chiudi la porta…e dai chiudila!” La porta si chiuse con un tonfo e la macchina dopo alcuni attimi riprese la sua corsa. “Scusami, sai i bambini vivono un po’ nel loro mondo” “Nessun problema” il giovane si sedette vicino al posto del conducente “Come ti chiami? Io sono Lorenzo” “Piacere, aspetta la cintura, ecco…Daniele”. Lorenzo guidava con leggerezza mantenendo una velocità constante ma piuttosto lenta, non cambiava quasi mai la marcia. Dietro intanto, volavano urla e gemiti…”Insomma Daniele, hai avuto fortuna, guarda sta per piovere, ti saresti bagnato. Sicuro di voler andare solo fino allo svincolo?…bambini basta!” fuori cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia, l’atmosfera era estiva e i finestrini aperti per un terzo facevano circolare quell’aria di estate e vita che rendeva tutto l’interno dell’automobile estremamente piacevole. “In effetti non ho appuntamenti, comunque arriviamo allo svincolo magari…esce il sole, non vorrei perdermi un bel tramonto in macchina!” “Hai ragione, da quanto sei in viaggio?” “Due mesi e una settimana” “Sempre in autostop?” “Sempre” “Allora chissà che esperienze, anch’io da giovane ho fatto qualche viaggio, ma sai erano un po’ altri tempi comunque, spero che un giorno i miei figli siano più fortunati di me. Bambini basta urlare…non riesco a sentire Danile. Perché non dormite un pò?”” Ma papà continua coi pizzicotti, basta tu…”seguì un urlo terribile, acuto, tanto che Lorenzo fermò la macchina e sistemò le cose dividendo i due rispettivamente a destra e a sinistra, al centro posizionò lo zaino del giovane viaggiatore. La macchina ripartì, passarono alcuni minuti. “Quanti anni hanno?” “Giulio sette, Teresa quattro e mezzo ormai, dormono?” Daniele si voltò “Sembra di sì” “E i tuoi non sono preoccupati? Li chiami ogni tanto?” “Ci sentiamo poco, si preoccupano, ma insomma è tipico di tutti i genitori no? Non credo che capirebbero molte cose…certe cose sono difficili da spiegare a parole…per esempio come potrei descrivere questo incontro…”. Ci fu un attimo di silenzio, Lorenzo ripulì il vapore sul parabrezza per vedere meglio poi rispose “Mio papà ha viaggiato molto in Africa per lavoro. Era spesso solo, mia madre non voleva seguirlo, preferiva vederlo ogni tanto e vivere del suo ricordo…e poi io ero piccolo. Mi ricordo che quando lui tornava a casa, non mi raccontava mai dei sui viaggi o di ciò che aveva fatto. La cosa mi era indifferente, non capivo…a posteriori pensai che mi sarebbe piaciuto saperne di più delle sue esperienze, delle persone che aveva conosciuto eccetera.” Fuori intanto non pioveva più, all’orizzonte tra le tante nuvole frastagliate si intravedevano i primi raggi del tramonto, e le sfumature di colori ancora indefiniti “Poi con gli anni, quando si è sistemato definitivamente a casa, ho cominciato a conoscerlo veramente” “Tuttavia ogni volta che si parlava di Africa, non un parola, non un accenno. Quasi non fosse mai esistita” “Mio padre non c’è più ora…ma non ho rimpianti di non averlo conosciuto, nel corso degli anni ho capito” “Per me l’Africa come la intendiamo non esiste e sai perché?” “Perché?” rispose Daniele. “Perché il viaggio, il suo viaggio, il tuo viaggio muove emozioni…forse tra venti anni non ti ricorderai di questa macchina ma ricorderai il tuo desiderio di libertà, lo avrai tra le mani e sarai in grado di condividerlo con i tuoi figli…con tutti. E così accade per ogni persona, aveva ragione mio papà a non trasmettermi parole, voleva solo regalarmi la sua esperienza intatta nel modo più sincero” Daniele appariva pensoso ma in bilico tra sensazioni opposte “Riesci a seguirmi?…capisci? In senso metaforico io sono l’Africa adesso e tu sei questa strada” Si accesero le quattro frecce lampeggianti “Ecco lo svincolo” Lorenzo si sporse dal finestrino, fuori c’era un bellissimo tramonto, si prospettava una notte limpida e fresca. “Beh Lorenzo, è troppo bello per guardarlo dalla macchina” “In effetti” Daniele recuperò il suo zaino senza svegliare i bambini, chiuse piano la porta “Grazie per il passaggio e per tutto il resto…mi farà compagnia mentre cammino, saluta Giulio e Teresa” Va bene, buon viaggio…ecco tieni una banana” Le due frecce si spensero e la macchina ripartì. In direzione opposta il giovane si incamminava ancora una volta tra le pozze d’acqua respirando l’aria fresca dei temporali d’estate.

francesco


martedì 4 marzo 2008

uomini che vanno sulla luna

“Quand’è che finalmente capiremo qualcosa così bene tanto da dimenticarci del perché abbiamo cominciato a cercarla rallegrandoci semplicemente di averla capita?”. “Non credo che succederà mai qualcosa del genere…” “Tutto succede prima o poi, che cosa ne sai tu? Magari…magari....è già successo” “Può essere, comunque il mio discorso era un po’ diverso” “Pensavo…” si fermò 2 minuti guardando il cielo plastificato muoversi seguendo le onde del vento che lo arrotondavano e lisciavano “Pensavi cosa, cosa c’è? Non capisco” “ Pensavo, che non ci credo” “A che cosa non credi?” “A quello che hai detto! “ Sì, tanto tu non credi mai a quello che dico” “Non è questione di credere, penso che sia molto difficile rallegrarsi di un pensiero, o meglio, di una sua logica…” si fermò dandole un bacio sulla fronte “Non arrabbiarti parliamo…” “ Non sono arrabbiata, dimmi” disse lei quasi con indifferenza appoggiando la testa sul petto di lui che intanto le accarezzava i capelli “ Dicevo..ah già…la logica sarà sempre logica, imperfetta. La razionalità verrà inevitabilmente sostituita da altra razionalità apparentemente più perfetta, ma lascerà sempre un piccolo spazio di azione a coloro che non credono in quel ragionamento per svilupparne un’ altro chissà magari più alto, più completo e comunque destinato alla stessa fine del padre” “capisco…ma cosa c’entra il padre?” “il ragionamento padre ovvero quello originale, volevo dare un tocco poetico” “Mmm…ok...parla ancora mi piace quando fai finta di sapere quello che dici.” Disse lei quasi addormentandosi e lanciando un ultimo sottilissimo segnale di sfida “Quindi perché rallegrarsi…il sentimento invece! Quello sì ha un valore immutabile, l’amore non viene superato da altro amore, e l’odio uguale. Amore e odio sono, punto. Credo che dovremmo rallegraci di questo! Ma dormi?” “No no...” disse lei, che nel suo dormiveglia riscaldava il suo pensiero “Senti ma questa tenda, reggerà la pioggia? Senti che vento, si muove tutto, a vedere come l’hai montata. Ti avevo detto di fartelo insegnare e tu no, io sono capace, a cosa vuoi che serva dicevi…bla bla” “Mmm siamo nervosetti eh? Ti è entrato un grillo nel sacco a pelo o cosa?” “Comunque…io non sono d’accordo con il tuo discorso” affermò lei orgogliosa girandosi dall’altro lato per poi tornare ad abbracciarlo “Tu sostieni che la logica, la razionalità sono imperfette perché incomplete mentre il sentimento è. Ma questa tua convinzione non è nient’altro che un altro ragionamento logico. Ti contraddici, stai tentando di rendere razionale un sentimento…e poi come dici tu, rimane un piccolo spiraglio di critica in ogni logica attraverso il quale nasce poi un altro ragionamento sconvolgente direi rivoluzionario rispetto a quello precedente” “Rivoluzionario?…” “Volevo dare un tocco poetico” I due tacquero alcuni attimi “Beh…e quindi…non capisco il punto” “Il punto è..” ricominciò lei “Che la mia critica rappresenta proprio la rivoluzione della tua logica. Incompleta.” “Sarà..” disse lui, i due si baciarono sulle labbra “Se ci pensi tutto gira attorno a la strana volontà di ricercare sempre questa piccola apertura in ciò che appare condiviso, normale. Ecco perchè le persone camminano nelle strade e gli uomini vanno sulla luna. Non sono mica i razzi!” “Forse…comunque sai cosa?” “Cosa?” rispose lei “La tenda regge vedi, te lo avevo detto...” “Che permaloso che sei! “E…sono proprio contento di essere qui con te” disse lui “Anch’io ti amo” rispose lei.

francesco

sabato 5 gennaio 2008

verduramente liberi

“Mancano dieci minuti all’ apertura” gracchiava l’altoparlante dall’alto delle loro teste rimbombando all’interno delle pareti metalliche delle scatolette di sgombro esposte. “Uno, Due, quattromilacinquecentoventicinque sì! Trovato era il codice giusto, vai ancora due e ho finito prima del loro arrivo”. “Di loro chi?” “Come loro chi? I clienti e chi sennò, non farmi girare le patate!” Tutt’un tratto un ombra, un urlo e poi il silenzio. Passava di fila in fila, di bancale in bancale senza sosta con quegli occhialini tondi che facevano sbocciare brividi di ansia sulla pelle. “Cos’è stato?” “E’ Lui….stai attento è il tuo primo giorno vero? Ti pelerà come una carota per poi mangiarti a pranzo se parli, dai continuiamo”. “ Chi..che..cosa? Chi è Lui?” “Come chi è? Lui…è e basta. Non posso dire il suo nome ad alta voce Lui non vuole. Non voglio passare dei guai” L’ossuto collega si guardò attorno con discrezione “Va bene te lo dico ma solo perché mi piaci. Avvicinati con discrezione facendo finta di niente, Lui ha orecchie dappertutto.” bisbigliava il compagno di lavoro. Gigi si accostò all’ incamiciato collega “Lui è…Lui è…il Direttore” “Scusa non ti capisco, tanta zolfa per un direttore?” “Zitto! Io non ti ho detto niente. Ma farai meglio a stare attento, raccontano di aver trovato un dito di un dipendente in una scatoletta di cannella, e tutto perché aveva osato salutarLo senza inchino. Gliel’ha strappato lui, te lo dico io!”. “ Ma vai a quel zucchino, non ci credo” “Io ti ho avvisato”. Gigi era nuovo del lavoro, il primo giorno. Si era fatto la barba, pettinato e aveva messo la sua tuta da battaglia tutta sgualcita ma usata solo per le sue più grandi imprese. Aveva sentito parlare di un ambiente un po’ militaresco ma la paga era buona ed era quello che faceva per lui, e poi tutto stava andando per il meglio, si trovava a proprio agio tra porri e cipolle, quello spazio era così luminoso e i lavori d’ordine gli erano sempre piaciuti. I giorni passavo veloci, le verdure di stagione già traboccavano creando cascate di foglie cadenti dal bordo degli scaffali “Pomodori a 5 euro, li metto qui trallallì. Cavolfiori li metto là trallallà” canticchiava Gigi rimettendo a posto quelle verdure morte sugli appositi scaffali quasi fossero loculi dove recarsi per compiangere i defunti sposi radicchio (di Treviso) o le sorelle cavolette (di Bruxelles). All’improvviso la splendente luce al neon del vicino refrigeratore contenente pesce si oscurò formando un’ indefinita sagoma di un nero penetrante. Gigi si voltò, di fronte c’era Lui. Gigi non osò guardarlo in volto, ma quasi spinto verso terra dall’incredibile peso delle Sue parole non dette abbassò la testa. Identificò solo la sagoma ombrosa dalla quale si intravedevano quei diabolici occhialini tondi e stretti. Lui si avvicinò e disse solo “Spostati di qui” poi se ne andò, la sua presenza era bastata per avvinghiare il cuore del povero interinale da fitti intrecci di terrore, ma più di tutto sembrava che le sue parole lo avessero drogato e sbattuto nel più oscuro fosso della sua coscienza. “Che cosa ti avevo detto? Devi rigare dritto con quello, quando parla ti opprime, tremi. Devi solo obbedire” proclamava l’ossuto collega”. In ogni modo le giornate trascorrevano abbastanza tranquille Gigi cercava di non pensare a quella presenza anche se quando in lontananza sentiva la sua voce bastavano poche parole per fargli rizzare le orecchie come un cane che fa la guardia quando si passa davanti al cancello automatico del suo territorio. Un giorno come gli altri era arrivata una grossa partita di verze e Gigi come sempre si mise a dividere quelle buone da quelle marroncine, quel colore significava infatti che il contadino di turno non era stato proprio diligente! Il caso vuole che contandole e ammucchiandole a forma di piramide il povero Gigi si ritrovò circondato da muri di verze e d’altronde non poteva uscire da nessun altro lato visto che l’unica via di fuga era comunque ostruita da un bancale carotato. Decise così di spingere il per crearsi un pertugio dal quale sgattaiolare e fuggire da quell’universo giallo, sfortunatamente la troppa forza impressa fece cadere il muro di verza che si spappolò per terra colorando di giallo il pavimento del reparto ortofrutta. Gigi cadde, riaprì gli occhi e vide una luce subito oscurata dalla visione di Lui che stava passeggiando dietro quel muro proprio nel momento della caduta. Il sangue si riversò a fiumi negli occhi e in tutti i capillari della faccia di Gigi il quale cadde in ginocchio pronto ad affrontare la sua pena. Lui si tolse gli occhialini e disse “Mi hai sporcato le scarpe…” il cuore di Gigi correva all’impazzata, non poteva rispondere le labbra tremavano “Non farlo mai più” concluse l’opprimente figura. Gigi quasi ricordandosi di meritarsi anche lui un pezzettino di mondo raccolse tutte le energie e il coraggio rimastigli nel fondo del suo grande cuore e alzandosi tra verze colanti rispose “Sono…”. Lui si girò quasi sconcertato dal tentativo del giovane lanciando saette di sfida attraverso quei diabolici occhialini di un tondo perfetto “Sono cose che succedono! Non è colpa mia” concluse Gigi coprendosi il volto coi gomiti quasi aspettandosi un’onda d’odio come risposta. Lui piano s’incamminò verso il giovane cominciò a parlare alzando, ad ogni parola, il tono in maniera progressiva. Usando quella sua voce perfidamente incantatrice aprì la soffitta dei pensieri dell’addetto ortofrutta e la stipò con materassi ripieni d’orrore. Gigi finì le sue mansioni, come se fosse stato sottoposto ad una seduta intensiva di lettura dei fratelli Karamazof non parlò con nessuno durante tutto il giorno, neanche con l’ossuto collega. Poi a fine turno ripose i sedanini e si diresse verso casa. La sera ascoltando la radio promise che avrebbe trovato un modo per mostrate a quel essere terrificante quanto i giovani lavoratori del reparto fossero potenti, ma che dico del reparto! Quanto i lavoratori di tutto il supermercato fossero più potenti, ma che dico del supermercato! Di tutto l’Ipermercato. Avrebbe dovuto essere una risposta collettiva, pronunciata all’unisono dove tutti avrebbero contribuito come fossero uno. Prese carta e penna e disegnò la sua visione, l’appese sul proprio letto e dormì sereno.

Passarono i giorni, i mesi e Gigi ogni giorno parlava con un dipendente diverso. Progettava nel segreto facendo attenzione alle mille orecchie spia posizionate dal terribile capo. L’ossuto collega lo aiutava mandando messaggi e distribuendo foglietti in codice per coordinare l’operazione. Tutti sembravano estremamente pronti a mettere a rischio le proprie emozioni per un impresa tanto disperata. Dopo diversi ripensamenti alla fine Gigi decise di attaccare tre giorni prima di Natale per fare un bel regalo a quella paranoia occhialuta. Il giorno tanto atteso Gigi si vestì come al solito, arrivò in orario e piano di mise a sistemare i cachi. Poi si mise a contare “Un, Due, Tre e Un, Due, Tre….” canticchiando e dando sempre più forza alla sua voce. Quel ritmo ormai forte rimbombava stupendo i poveri clienti: era il segnale. Lui dal fondo della corsia già si stava dirigendo, avvolto e seguito da un fumo nero d’odio, verso Gigi il quale col sudore nella fronte pregava perché nessuno si tirasse indietro proprio in quel momento “Un, Due, Tre”. All’improvviso si aggiunse piano alla nuda voce del giovane ortofrutticolo il ticchettare della scatole di tonno percosse dell’addetta scatolame che già strizzava l’occhiolino. Poi da lontano partì la base di due magazzinieri che picchiavano gli armadietti dei dipendenti tipo batteria. Sulla sinistra i pescivendoli strofinando il ghiaccio rosato provocarono il classico effetto nacchere “Un, Due , Tre….” continuava Gigi che vedeva i suoi pezzi comporsi nella scacchiera d’un opera bellissima. Per ultime sia aggiunsero le commesse che dalle casse passavano a tempo i prodotti che fotografati dal laser producevano un ritmico “Bip!” rendendo il suono complessivo ancora più pieno. Alla fine la musica aveva preso forma incalzata dai più creativi suoni, tutto ciò in un crescendo virtuoso che trovò l’apice nel canto vibrante dell’ossuto collega. Lui si dirigeva verso ogni dipendente con furore, parlava ma nessuno poteva ascoltarlo quella musica era troppo insistente…Sempre più infuriato di diresse verso Gigi che dall’alto, in piedi sulla pesa della frutta dirigeva quell’orchestra in sconto con la gioia di un sogno tanto custodito che come un treno arrivava prorompente al capolinea in orario. Gigi vide il capo nella sua interezza lanciare parole che non si sentivano, finalmente aveva raggiunto il suo scopo. Come aveva previsto quella voce era l’unica arma del povero Lui, senza la quale era solo un uomo piuttosto basso, con gli occhiali ed estremamente insicuro. Si mise a ridere per essere rimasto imprigionato dal timore di una così insulsa figura. Scese dalla pesa e incominciò a camminare seguito in fila indiana da tutti i dipendenti con i loro strumenti improvvisati. Quando l’ultimo dipendente uscì, la porta dell’uscita di sicurezza sbattè rimbombando nell’assenza di ritmo, lasciando immobile il capo e i clienti coi loro cigolanti carrelli. Il gruppo continuò a cantare a lungo con Gigi in testa; cantavano il lavoro, la paura, la loro determinazione a volere vedere le cose in maniera diversa. In fondo il loro era un canto di libertà.

francesco