giovedì 13 settembre 2007

Tre

In una notte tempestosa tra lampi tonanti, in un angolo buio tra rocce finte di un parco di una grande città imprecisata nascevano tre cani. Per destino o per sorte il giorno dopo, all’incalzare della luce e degli amanti del Cavernello mattutino, i quattro si separarono. La loro mamma, triste, di quel momento non ricorda altro che i camion della polizia municipale dileguarsi nel pesante traffico cittadino.

Il primo di loro fu spedito, rapato e vaccinato per giungere tra maree e mezze lune in America del Sud. Il primo periodo era stato dei migliori, non gli mancava niente cibo, acqua, vestiti, tre passeggiate mattutine pomeridiane e quella fisioterapica per la circolazione la notte. Era bello essere cani e adesso aveva anche un nome Giovanni Paolo in onore al Papa, da quelle parti queste cose avevano un valore profondo. Insomma anche i suoi padroni che sembravano essergli fedelissimi un giorno si annoiarono e le passeggiate da 19 divennero 9 e da nove divennero che il cane non aveva bisogno di uscire perché era troppo viziato. Di lì a pochi giorni Giovanni Paolo si trovò solo, sconsolato in mezzo alla strada. Non riusciva a recuperare niente da mangiare, aspettava solo che i semafori si facessero verdi per attraversare l’ennesima strada verso la disperazione. Tutto gli sembrava la genesi di un continuo fallimento. Non ce la faceva più, la sua ultima speranza erano sempre i ristoranti cinesi che mai lo discriminavano e sempre gli riservavano qualche wanton. Così non poteva andare avanti. Aveva sentito di alcuni lavori ben retribuiti, ma che avevano poco di legale. Parlò con alcuni “bastardini” di quartiere, e in dieci minuti tutto era sistemato. Doveva fare da palo per una rapina a zampa armata, obiettivo un carico d’ossa di mucca fresche di mattatoio, insomma merce che scottava. Il lavoro era semplice e la paga era buona. Il caso volle che conclusasi la rapina I “bastardini” si papparono tutta la merce e lasciarono il povero Giovanni Paolo ancora una volta all’asciutto. Quella notte mentre consumava il suo solito wanton Giovanni Paolo giurò che non poteva andare avanti così, quei cagnacci l’avrebbero pagata. Il giorno dopo recuperò due tra i suoi amici più robusti e insoddisfatti. Fecero irruzione, graffi, botte, ululati, ossa rotte di cane e di mucca. Giovanni Paolo ce l’aveva fatta, si era ripreso ciò che gli spettava. Quella notte dal tetto dell’edifico appena conquistato sorvegliava i due mastini di guardia all’entrata. Era una notte buia e tempestosa lui rimaneva in piedi, la pioggia cadeva e l’acqua scorreva a rivoli tra le fibre dei suoi muscoli confondendosi col sangue delle ferite. Giovanni Paolo alle pendici della città mirava con sguardo fisso tutte quelle piccole luci, non esistevano più confini avrebbe potuto arrivare dovunque.

In Nord America invece le cose andavano diversamente, le pistole sparavano e i cani col sangue negli occhi e nei nervi delle gambe correvano e bruciavano la sabbia. Le voci degli uomini si facevano sempre più forti e le banconote volavano fomentando grandi imperi finanziari e smantellando i più audaci sogni di investimento. Era il regno delle scomesse. Pio era il più forte, il più veloce non aveva mai perso e si che il suo padrone l’aveva comprato per due soldi al mercato dei polli. Ma si sa che nel mondo della competizione le cose spesso lievitano rapide ma con insuccesso. Così che un giorno Pio si mise in testa che non gli importava molto delle corse ma che voleva fare il pittore. Quanto lo affascinavano quei grandi disegni sui muri delle città, faceva sempre la pipì solo sulle opere che apprezzava veramente. Era un cane educato, nel tempo libero con i suoi pennelli e pannelli colorava la realtà e costruiva i suoi sogni. In ogni modo la sua vena espressionista poco si confaceva con le aspirazioni dei suoi padroni e soprattutto di coloro che su di lui avevano puntato la tredicesima. Così che Pio dovette utilizzare la sua rapida corsa per scappare il più veloce possibile dal suo passato da atleta verso un incerto futuro da pittore inespresso. Si alzava la mattina, faceva un po’ di yoga sotto il cavalcavia dell’autostrada (le auto che sfrecciavano erano così concilianti con la meditazione) cercava di essere selettivo tra i rifiuti che mangiava, solo muesli, pane di grano saraceno e pasta integrale. Le cose però non andavano molto bene, il suo stile non era apprezzato era ritenuto troppo “d’azzardo” insomma i detentori del lume canino lo avevano umiliato più volte. D’altronde era una cane senza famiglia e senza passato. Però era proprio questa la sua forza, lui dipingeva la città per quello che era con i suoi gatti sacrificati sulle autostrade i suoi cuccioli minorenni che senza speranza si buttavano facendosi di veleni per topi e le sue cagne che uscivano dal loro diciassettesimo matrimonio con altrettanti cuccioli al quadrato da accudire. Continuò solo nella sua lotta finché un giorno tra un TIR e un altro decise, in un profondo tunnel, di realizzare il suo primo murales indipendente. Ci mise 6 mesi e sei notti ma alla fine fu un’opera d’arte. Nei giorni seguenti spesso camminava per il tunnel e annusava che numerosi cani avevano deciso di fare la pipì da quelle parti, ce l’aveva fatta la sua opera era un successo. Una notte, solo, dall’ apice del cavalcavia, guardava la città tormentata dalla tempesta. Era bello vedere come tante piccole luci simbolo di tante vite così slegate tra loro riuscissero a ricreare un senso di unione che resisteva vivo alla tormenta. Pio decise che avrebbe continuato a creare e ricreare il suo mondo fino alla fine.

In Centro America la terra tremava, le case costruite con autorizzazioni sospette dimostravano la propria fragilità cadendo di fronte alla potenza del mondo. Un disastro. Passò la notte, e la disperazione già colmava ogni singolo anfratto, ogni singolo buco creatosi, ogni singola crepa. Benedettino aprì gli occhi, si diede una scossa e si alzò. Dov’erano i muri? Benedettino aveva sempre vissuto in famiglia. Una famiglia povera che però aveva fatto di tutto per lui, aveva sempre avuto la sua razione di crocchette al formaggio anche nei periodi di miseria nera. Col tempo gli affari erano andati bene e Benedettino adesso disponeva di una casa propria e già si stava parlando di una possibile mastina con la quale invecchiare felicemente. Mentre ora dal giorno alla notte non esisteva più niente di niente solo polvere e l’azzurro del cielo. Sconsolato Benedettino vagava per le strade, non capiva, tutti correvano di qua e di là per poi tornare di qua e ripartire di là. I suoi migliori amici cani anche loro erano rimasti soli, lui d’altro canto si sentiva impotente. Cosa poteva fare, la sua unica famiglia non c’era più, lui ricordava solo l’odore di quel movimento imperturbabile della terra. La prima notte soffrì la fame, la sete ma soprattutto la solitudine finchè tutto non si illuminò di rosso e di vita. Erano uomini che con arnesi, rumori e artifizi estraevano persone da quel groviglio di cemento e pietra. C’era ancora speranza, il cane non aveva ancora capito che si poteva fare molto e anche di più. Benedettino così corse, corse sempre più forte e nella corsa attirava altri compagni che annusavano la sua passione, il suo amore, la sua volontà di dimostrare che razza di cane era. Ritornò a casa e incominciò a raspare, annusare, demolire finche non senti un odore famigliare. Arrivarono i soccorsi e tra un sospiro di liberazione e un altro Benedettino stava salvando tutto e tutti, era inarrestabile. Gli altri cani lo guardavano con rispetto quasi aspettando un suo gesto per muoversi o congedarsi. Quella notte solo, Benedettino guardava, dal tetto di una chiesa pericolante, la tempesta che si imbatteva impietosa sui ruderi di quella città e di quella vita così lontana. La pioggia e il vento battevano sul suo muso, sul suo corpo stanco. Vide piccoli fuochi riparati accendersi dappertutto, si alzò in piedi, sospirò, e si sentì parte di quell’incredibile spettacolo di vita.

francesco



3 commenti:

GiO ha detto...

eeeh fra, molto bello. xò troppo ottimista!^^
scusa se nn posto in sti giorni sono in full immersion, ho un paio di idee appena ho tempo cmq;)

frA ha detto...

Thanks to Li Yang for the nice illustrations.
grazie mille!

Yang ha detto...

No hay de qué. Es un placer. Continuaré dibujando para ti. Espero que sigas ecribiendo historias tan profundas. Gracias.